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pensieri oziosi di un' oziosa


Diario


17 marzo 2011

ParanoidAndroid

Ultimamente mi prendono spesso quelle che io chiamo "crisi di monotonia": la routine di ogni cosa mi lascia un velo di catrame in testa, come una sorta di insofferenza che avverto proprio a livello cerebrale  che somatizzo, poi, nell'irregolarità del respiro. Nei giorni più critici, mi annoia persino la mia faccia; non perché sia particolarmente brutta o bella, semplicemente perché è sempre la stessa: può modificarsi impercettibilmente per effetto di una microscopica ruga, di un nuovo neo, di un solco misterioso spuntato dal nulla; ma, fondamentalmente, rimane la stessa.
Certi cambiamenti non si avvertono per niente, invisibili all'occhio umano come un batterio o un microbo. L'asse della Terra può spostarsi di dieci centimetri, e nessuno se ne accorge; l'ozono si buca, e continuiamo la nostra vita come se niente fosse; spunta un solco sul tuo viso e tu continui tranquillamente a sorseggiare il caffè, guardando il telegiornale e ripassando in mente gli impegni della giornata. Quel solco non c'è, non ci sarà mai. Ci sarà sempre e solo la tua faccia, il tuo naso, le tue labbra e quella sottile, inquieta sensazione di deja vu che ti coglie quando ti guardi allo specchio del bagno, riflettendo ancora l'ultimo sogno della notte. Non sai cos'è, ma il tuo inconscio in qualche modo la decodifica e te la sbatte proprio lì, nel lavandino pieno d'acqua: Sartre l'avrebbe chiamata "nausea", «che vi prende a tradimento e vi fa galleggiare in una tiepida palude temporale».
Eppure c'è chi scorge novità dappertutto, ogni giorno. Spunta un fiore, e questo basta per allietare la giornata a qualcuno. Se spunta dal marciapiede, poi, è lo stupore, la meraviglia, e quel fiore, con i petali viola seghettati e spiegazzati dai ciechi passi dei viandanti, ignari di aver calpestato cotanta bellezza, è un eroe che lotta contro indifferenza e abuso edilizio.


Io non sono così. Io compio sforzi madornali, ogni notte, per guardare il cielo e trovare una stella nuova, o un nuovo mistero. Certe volte vedo solo buio e aerei che passano, gelidi pezzi di ferro guidati da uomini. Altre, invece, non vedo nulla ma sento qualcosa, o preferisco convincermi che sia così, che un giorno scarteremo la stratosfera come una caramella e tutto sarà limpido, chiaro, tutto avrà un senso. A volte, l'infinito è una cosa lontana, o forse non esiste, o forse, ancora, è qualcosa di insolito, che non mi appartiene, è un quadro metafisico, un grosso limone giallo appeso nel cielo, ma non un mio problema. Altre, invece, mi sembra quasi di vederlo: ha gli occhi così belli che vuoi specchiartici dentro, ma lui invece si volta, se ne va, lasciandoti sola nel letto a girarti e rigirarti chiedendoti chi sia, dove sia andato, dov'è che trascinerà te e tutto quanto. Guardare l'infinito negli occhi è come infilare un braccio fra le fiamme di un camino. 
Dipende dai giorni, sostanzialmente, dipende dai miei livelli di serotonina, da quanto zucchero ho messo nel caffè o da quanti sguardi ho afferrato nella mia strada, compreso il mio. 
Però ci penso. Sempre. Non so dominare i miei pensieri, non ho controllo su di me: la mia mente sembra un'altra persona. Sembra un bambino incazzato in un negozio di giocattoli, o un cane piantato in mezzo alla strada che non vuole saperne di muoversi. E' qualcosa di affascinante e insieme fastidioso. Voglio dire, la mente dell'uomo è senza limiti: non si fa imbrigliare dalle catene dell'istinto, le spezza e le travalica e si trova poi, però, smarrita in un universo di pensieri, idee, sogni, riflessioni che si rincorrono l'uno dietro l'altro e non le danno pace. Fragile come un cristallo e solida come una roccia. 




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12 aprile 2010

Mellon collie

Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi stessi dite d'esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l'ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dove è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscere me stesso.

[W. Shakespeare, Il mercante di Venezia]


E' così che succede: tutto a un tratto, divento triste. Come adesso. E anch'io, come Antonio, mi chiedo "dove l'ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dove è spuntata".Ma non so darmi risposta. Muovo le corde della chitarra, e sento dentro di me come un pianto lontano, uno struggimento profondo e lacerante cui non so porre rimedio.
E subito si affaccia l'immagine delle stelle,dell'universo: come se un'inquietudine metafisica si impossessasse di me, oltrepassando l'atmosfera senza subire un graffio, proiettandomi nel cosmo come fossi uno shuttle. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscere me stessa.
Quando ti piomba addosso la malinconia, raramente c'è qualcuno che ti abbracci. Perché altrimenti non perderemmo tempo a comporre poesie, ma piangeremmo sulla sua maglia, inumidendola di lacrime.





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25 febbraio 2008

Aliens

Va bene, star sola in fin dei conti mi piace. Già all'asilo, mentre i bambini stavano allegramente insieme a canticchiare le filastrocche in grembo alla maestra, io me ne andavo in disparte a giocare con i sassi del cortile, sola soletta. Costruivo una montagnetta più grande, poi altre due più piccole accanto, spezzavo un legnetto, ci appiccicavo su una foglia a mo' di bandiera, lo conficcavo in cima e avevo il mio castello, pronto a raccontarmi le storie che volevo sentire.
A scuola invece disegnavo, ma è stata più dura, perchè ero timida e a scuola non ci si può permettere di essere timidi, a scuola si è fighi solo se si fa ridere, se si va in bagno a fumare, se ci si veste come la moda comanda e ci si riempie gli occhi di trucco e di sguardi ammiccanti. E io disegnavo, e stavo ripiegata sul foglio mentre qualcuno gridava, qualcun altro rideva e altri ancora pensavano a cosa inventarsi per prendermi in giro, ma io disegnavo e stavo bene, qualche volta scrivevo anche... scrivevo e pensavo che sarebbe finita, un giorno, che su quei banchi non sarei più tornata e potevo stare da sola con la mia musica e i miei pensieri, a ritagliarmi un micromondo morbido e corazzato che potesse proteggermi da tutto e tutti, perchè quello vero io non sapevo affrontarlo e la gente mi faceva paura, la vedevo brutalmente sicura, aggressiva, volgare, sbracata, violenta, senza gentilezza nè dolcezza nè premura e tirava frecce che mi arrivavano addosso e mi spaccavano tutto come se fossi di burro mentre io non tiravo nulla e non volevo tirare nulla...
Non è che non provassi ad esser socievole, ma era come se appartenessi a un altro pianeta: non capivo, non capivo cosa dovessi dire, fare, non capivo perchè tutti si affannavano a voler dimostrare qualcosa, a voler significare qualcosa, non capivo perchè era così bello ubriacarsi fino a vomitare, rincoglionirsi con pasticche, rinchiudersi in un casermone pieno di luci, fumo, caos e quella musica sempre uguale ossessiva brutta a scavalcare sguardi e parole, a precludere qualsiasi tentativo di comunicazione, a rimescolarti il cervello.
Non capivo perchè era così importante mettere i tacchi e le minigonne rasopelo -sì va bene ognuno può indossare quello che vuole, non me ne frega niente ma perchè era COSI' importante. Perchè così tanto.
Perchè era così importante fare e non dire, infilare le mani nei pantaloni dei ragazzi senza neppure guardarli in faccia, portarseli in camera per poi buttarli via il giorno dopo come si fa con i telefonini e le batterie del telecomando...
E non capivo perchè tutto quello in cui credevo io invece non era importante, era buono solo per una risata o per una nuvola di fumo in faccia, grigia e soffocante, peggio di uno schiaffo.
E me ne stavo sola, in un mondo che non mi capiva e che io non capivo o non volevo capire oppure capivo e non accettavo, a guardare un soffitto su cui avevo dipinto un universo con sogni diluiti in lacrime che mi facevano incazzare perchè mi sembravano melense, le volevo velenose ma era solo miele, solo paura.
Poi col tempo le cose sono cambiate. Ho smesso di aspettare, sperare, programmare, credere, temere. La vita è come quando ti vesti bene per andare a una festa importante e poi, quando arrivi, ti accorgi di avere le calze smagliate: fondamentalmente bella, con delle stonature e molte brutture. Ma fondamentalmente bella. Bella perchè ogni tanto fa ridere, e a me piace ridere e quell' "ogni tanto" basta a sopportare i malinconici "spesso" delle frequenti delusioni e nefandezze.
Bella perchè non c'è solo l'uomo al mondo, per fortuna ci sono anche i cani che rotolano la schiena sul tappeto, i conigli che rovesciano le ciotole dell'acqua, i gatti che sbadigliano, i cuccioli di orso (non fanno nulla di speciale, ma sono bellissimi), le scimmie che fanno le smorfie, i cavalli che corrono, i piccioni che tubano e le cicale che in estate gridano perchè vogliono farci sapere che sono esistite anche loro, prima di morire.
Bella perchè c'è il bello, c'è l'arte, c'è la musica, ci sono i colori e i suoni, il profumo del caffè la mattina, l'odore della caponata dai balconi del centro e il centro che ogni tanto si svuota e puoi persino camminarci, bella per il mare e la montagna, per il ricordo e quei ruderi centenari coperti di muschio rimasti soli nelle campagne, bella perchè si cade e quando si cade si ride e quando ci si rialza si hanno i pantaloni sporchi e si ride ancora, bella perchè d'estate ogni tanto arriva un po' d'aria e si cena insieme nel terrazzino, perchè le chitarre suonano e i violini anche e pure i pianoforti e le batterie e pure le pietre.
Bella perchè pure l'uomo, ogni tanto, posa il fucile e si denuda in un abbraccio.
E sì, va bene, in fin dei conti stare sola mi piace. Però mi capita che certe sere quell'abbraccio lo vorrei, magari sotto una coperta su un divano a guardare un film, magari proprio quando ero vestita bene ma avevo le calze smagliate e tutto mi sembrava senza speranza. Un po' come adesso. Vorrei che ci fosse, perchè sotto quel nero e quel grigio di un quadro pieno di brutture non riesco a vedere i colori lucidi e rassicuranti del "fondamentalmente bello" alla base di tutto, ma sporcato da tutto.









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13 febbraio 2008

Stazioni

Mi sento come se fossi su un treno che rimane fermo, mentre tutti gli altri partono e vanno chissà dove
Io rimango lì, da sola, rinchiusa in un vagone di seconda classe, rannicchiata su un sedile scucito che odora di unto e sudore
Rimango lì e guardo fuori dal finestrino, i binari vuoti e sporchi e un topo che li percorre, e un anziano barbone che dorme in un angolo, fra i cartoni
Distendo le gambe, poggio i piedi sul sedile di fronte, scrivo il mio nome sul vetro umido
E aspetto





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28 novembre 2007

waiting for Godot

Insomma, la dovrei smettere di essere sempre così indecisa... passo un sacco di tempo a riflettere sulle decisioni da prendere, di qualsiasi cosa si tratti: che debba scegliere un'insalata, un paio di scarpe o un lavoro è del tutto irrilevante, perchè perdo tanto di quel tempo nell'operazione di scelta da non trovarne più altro per tutto il resto. Passo la vita a decidere senza poi decidere mai oppure decido ed è sempre, o quasi, la scelta sbagliata. L'insalata scade, le scarpe sono scomode, il lavoro non va bene.
Dovrei rifletterci di meno, tanto poi qualsiasi cosa si scelga è sempre un casino. Magari se passo più tempo all'aria aperta, che so, i pensieri si ordinano meglio a contatto con l'aria, magari camminando il cervello digerisce meglio... boh.
Fatto sta che continuo a capirci poco, o nulla. E benchè il cielo plumbeo e gravido m'ispiri, con la sua voglia di cose calde e pantofole e coperte e di star raggomitolati a leggere un libro, ultimamente ho voglia di conoscere posti nuovi e gente nuova e fare cose nuove. Speriamo sempre che tutto cambi da un giorno all'altro, che ci svegliamo e tutto è più bello e diverso, diversamente bello, bello diversamente. Io vado a letto e vorrei che poi succedesse quello che succedeva in un cartone animato natalizio che vedevo sempre quando ero piccola, dove dei bimbi poverissimi che mangiavano pane duro e latte si fermavano a guardare, vogliosi, le vetrine dei negozi di dolci e potevano solo sognarli, chè soldi non ce n'erano. Poi la mattina di natale si svegliavano, e trovavano la povera casa piena piena di dolci, così, di punto in bianco e tutto cambiava, fino al prossimo pane e latte. Ma un po', cambiava.
Qui non cambia, come l'acqua di un vecchio pozzo chiuso che ristagna e c'è sopra il muschio -muschio? o che?- non cambia mai, in senso positivo intendo e sono sempre a guardare quella vetrina di dolci desiderandoli e sentendo quasi il sapore, la glassa sotto i denti e la crema sulle mani e il velo di zucchero sulla giacca e sulla punta del naso.
E tutto si risolve in una tazza di caffè caldo e in un miagolio di gatti randagi.




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2 novembre 2007

Time machine

Altro che Halloween. Oggi è stata una giornata fantastica, senza zucche, senza scheletri, senza voli sulle scope, senza "dolcetti o scherzetti?". O meglio, le zucche c'erano, ma spalmate sulle bruschette di una piccola e deliziosa trattoria contadina a pochi metri dal parco archeologico di Morgantina, nel pieno dell'entroterra siculo dove si respira ancora un'atmosfera agreste, quasi mitica, lontana anni luce dal chiasso nevrastenico delle moderne metropoli.
Siamo partiti in mattinata verso il cimitero di Raddusa, a portare fiori e trambusto alla cappella dei nonni paterni (nell'arco di venti minuti siamo riusciti a sporcarci con il polline dei fiori, a far casino tentando di pulirci con mezzi approssimativi, ad incazzarci ulteriormente nel constatare che tutti portavano fiori ma nessuno eccetto noi pareva aver strapazzato una dozzina di uova con le ginocchia, a pestare un cero depositato a terra e a rovesciare l'acqua del vaso. Da un momento all'altro mi aspettavo che la foto di mia nonna si mettesse a parlare dicendoci "che disastro... ma non avete ancora finito? ma quando ve ne andate?"), dopodichè ci siamo spostati verso Morgantina e ci siamo addentrati fra le rovine greco-romane saltellando qua e là fra capitelli, mattoni, acquedotti, fornaci e altari sacrificali. Io mi sono trasformata nel giovane esploratore laureato in archeologia e ho preso a perlustrare ogni angolo e squadrare ogni singolo ciottolo con la segreta speranza di poter comunicare al mondo la scoperta di un lucernaio, di un vasetto decorato, di una statuina propiziatoria o di una piccola moneta ellenica, rimanendo naturalmente a bocca asciutta. Ho rivoltato pietre, mi sono arrampicata sulle rovine, ho persino frugato tra i cespugli col rischio di incontrare il muso di una vipera, ma tutto quel che sono riuscita a trovare è stato il manico di un'anfora, che ho rimesso al suo posto quando ho capito che non era poi così eccezionale e che della mia "sensazionale scoperta" non fregava niente a nessuno.
Però mi sono divertita, e quando non ero impegnata a cercare reperti con la faccia rivolta verso il basso, come un segugio che fiuta una volpe o la cacca di un altro cane, alzavo gli occhi su quelle rovine e una civiltà perduta si ricomponeva immediatamente nella mia testa, riportata in vita dalla mia fantasia: e allora mi sembrava quasi di sentire il brusìo di una piccola folla radunata nell'agorà a discutere di problemi cittadini, le risate del pubblico del teatro, divertito da un comico particolarmente frizzante, il rumore delle ruote dei carri sui ciottoli o gli sbuffi dei cavalli fermi sulla strada, in attesa mentre qualcuno li caricava di anfore, pelli, sacchi di grano e magari scambiava qualche battuta con un bottegaio lì accanto, il frastuono ritmico della fornace e un uomo che da lì usciva asciugandosi il sudore, andando a bere un bicchiere di vino. E poi immaginavo quelle notti, illuminate solo dalla luna e dalle fiaccole agganciate alle pareti delle case, il bestiame a riposo, i pipistrelli nel cielo, il silenzio, i letti di paglia, l'inquietudine del buio, le preghiere al dio del focolare e qualcuno col naso in sù, sdraiato sull' erba a chiedersi se c' era davvero chi il giorno seguente avrebbe riportato il sole su un carro o se c'era qualcos'altro dietro, qualcosa di più grande.
Sono sempre stata irriesistibilmente attratta dal passato, da una storia che va al di là degli eventi politici ed economici per addentrarsi nelle case, nelle stanze, sui tavoli, nei letti, nelle piazze, nei teatri, sui carri bestiame, nei bagni pubblici, nelle scodelle e nelle culle. Se il genio della lampada mi chiedesse tre desideri, il primo sarebbe di sicuro la macchina del tempo (per quel che riguarda gli altri due, ci devo pensare...). Vorrei conoscere tutti i suoni, gli odori, i sapori di cento, cinquecento, mille anni fa... eppure mi chiedo se non sia molto meglio che rimanga un sogno impossibile, ché se potessi davvero tornare indietro constaterei la banalità di ogni quotidiano di ogni anno della storia del mondo e chissà come resterebbe delusa la mia voglia di leggenda, di mito.
Vabbè. Fra una fantasia e l'altra s'era fatta ora di pranzo, e la trattoria sopracitata ci ha rifocillato anche troppo compromettendo l'equilibrio emotivo dei nostri palati con antipasti degni di standing ovation (amo gli antipasti, soprattutto rustici, farei una cena d'antipasti, un pranzo d'antipasti, tutto solo di antipasti) da melanzane arrostite a fritture di cavolfiori, funghi, olive, formaggi, fagioli e verdure, tutto tipicamente contadino e se pensavo ai fast food, agli spizzico e ai mcdonald's vari e ai panini col wustel del carrozzone mi veniva da ridere. Pensavo che i contadini non avevano una lira eppure mangiavano meglio di noi, che avremmo i soldi per far pasti da re e finiamo a spaccarci il fegato con hamburger liofilizzati come tanti coglioni. E ci chiamano "postmoderni"...
Comunque, giunti al momento della pasta inizia a coglierci il panico... ci conteniamo, ma poi arriva una vassoiata micidiale di carne arrostita e lì davvero, la degenerazione: le origini primitive hanno il sopravvento e la regressione a homo erectus si compie portandoci ad addentare costolette e salsiccia come se fossimo i convitati di un banchetto di Carlo Magno, di quelli con i cinghiali con la mela in bocca e i maiali abbrustoliti su un vassoio d'argento. L'uomo sarà pure onnivoro, ma secondo me la carne arrostita risveglia qualcosa di primordiale, di "bestiale".
Usciamo di lì satolli, rincoglioniti e soddisfatti, mentre io con la testa andavo ancora a Morgantina e mi chiedevo se, cercando meglio, non sarebbe spuntata fuori una bella statuina di Ganimede o di Apollo... e nel frattempo mi sentivo così leggera (va beh, in senso metaforico visto che con cento chili di cibo nello stomaco tanto leggera di fatto non ero), così rilassata e conciliata col mondo, e non era successo nulla nella mia vita, nessuna telefonata, nessun colpo di scena, semplicemente avevo assaggiato un po' di vita, l'aria di campagna mi aveva purificato i polmoni e tolto via il malumore da cittadina annoiata e grigia come lo smog che respiriamo, il balzo all' indietro aveva ridato colore alla mia immaginazione addormentata e dopo tanto tempo avevo di nuovo guardato un cielo sgombro di nuvole, e mi sembrava davvero che ci fosse un dio che ogni mattina, di buon ora, prende il suo carro e rimette in cielo il sole. E quando il sole non compare, forse ha solo voglia di dormire.





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14 giugno 2007

...

Che voglia che ho di cambiare le cose...
Ah, se la vita fosse una stanza, un telefonino, una testa capelluta, una macchina fotografica... non appena si avverte l'esigenza di un mutamento, basta spostare un soprammobile, andare dal parrucchiere o in un negozio di elettronica.
Invece è un groviglio inestricabile di diffidenza, malintesi, raccomandazioni, sentimenti non corrisposti, competizioni, invidie, ex-ma non troppo ex- fidanzati/e, intoppi burocratici, meccanismi insidiosi e complicatissimi che possono modificarsi lievemente ma, nel complesso, rimangono statici e producono malumori e monotonia.
E il tempo scorre, scorre come un fiume che ha rotto gli argini e si prepara all'inondazione. La rapidità con cui si succedono settimane, mesi, anni mi terrorizza; mi angosciano le vecchie foto, gli amici che si sposano, le discussioni di lavoro, quei quattro anni appena che mi separano dai 30, la prospettiva del distacco.
Probabilmente è per questo che, non appena si toccano determinati argomenti (carriera, matrimonio/convivenza, figli), salta fuori agguerrito il mio lato bellicoso. In verità non so ancora cosa significhi essere adulti, e temo immensamente quell'attimo mai troppo lontano in cui ne avvertirò irrimediabilmente il senso.




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10 maggio 2007

maledetti beagle!

Premesso che adoro il mio cane malgrado sia un testardissimo, arrogante e strafottente beagle (solo chi ne possiede uno sa cosa voglio dire), talvolta mi verrebbe davvero voglia di spalmarlo contro un muro.
Visto che il clima è caldo e il cielo è illuminato da un grassissimo sole (e stamattina non avevo fondamentalmente nulla da fare), poco fa ho deciso di fargli un bagno ed eliminare la sporcizia accumulata durante l'inverno (segue documentazione fotografica del sensazionale evento).



Dopo aver finito l'ho lasciato libero nello spiazzo davanti casa, più assolato del giardino, per permettergli di asciugarsi senza prendere freddo e perchè legato era talmente incazzato da protestare con un fracasso infernale, esibendosi nella classica ululata da foca tipica della razza.




Bene, poco fa mi sono affacciata per controllare la situazione e l'ho visto rotolarsi con gusto nell'aiuola e rialzarsi poi completamente ricoperto di terra, più sporco di prima.
Fatica sprecata. Maledetti beagle.





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7 maggio 2007

spleen

Non ci capisco più nulla.
Non voglio capirci più nulla, voglio diventare pazza, scema, andare completamente fuori di testa e passare le giornate a dirigere il traffico per strada fingendo di essere un vigile urbano.
Non voglio questo mondo, questa gente, questi ectoplasmi che si manifestano a tratti, solo quando servi, e poi tornano a farsi i cazzi loro proprio quando stai male e cerchi conforto perchè devono studiare, uscire, mangiare, guardare il telefilm in tv, tutte cose in cui non sei contemplata. Sei buona solo per le foto, per gli sfoghi sentimentali, per le menate pre esame.
Poi ti accorgi man mano che il tuo turno non viene mai, sei sempre in lista d'attesa: tocca sempre agli altri. E cominci a capire, a sentirti sola.

La fregatura, quando nasci, è che non hai alternative: altri mondi non ce ne sono, e dunque o impari a sopravvivere in questo turandoti il naso col sorriso, oppure vai giù, sempre più giù. Non si può cambiare.
Altro che specie evoluta, noi uomini siamo la specie più meschina e cogliona: l'unica potenzialmemente in grado di cogliere l'essenza delle cose e di interpretare la vita nel giusto modo eppure l'unica, paradossalmente, che si diverte a distruggerla.

Mi sento catapultata in uno di quei sogni in cui hai paura, cerchi di gridare ma non ti esce la voce.

Aiuto.




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7 maggio 2007

Basta!

E perchè non ti informi?
E come è finita col sito?
E a che punto sei con la tesi?
E sistemalo un po' sto tavolo
E aiutami a staccare il nastro adesivo
E a che ora vieni per pranzo? Guarda che ho fame, io
E basta di essere sempre distratta
E sbrigati, sgomita, attacca, devi essere più aggressiva
E ma a cos'è che pensi tutto il giorno?
E corri, che gli altri ti fregano il posto se resti a guardare
E sì poi parliamo, quando ho tempo però
E ma che musica ascolti?
E quand'è che ti fidanzi?
E smettila di far notte al computer
E forza che è tardi e sei in ritardo, sei sempre in ritardo
E ma non hai voglia di fare niente


OOOOOOOOOOOOOOOOH!!!!

E BASTA!!!!!!!!!! 




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21 aprile 2007

...

Il mio problema col resto del mondo è fondamentalmente la scarsa sincronia. Nel senso che o rimango troppo indietro, oppure procedo ad una velocità eccessiva e lo oltrepasso, ritrovandomi poi con il fiatone ad aspettarlo senza sapere bene che cosa fare nel frattempo. Com'è accaduto, ad esempio, ieri mattina.
Avevo tre impegni differenti da rispettare nell'arco di  tre ore, e questo è bastato a fare scattare in me la molla assassina di quell'ansia famelica ed erosiva che mi strizza lo stomaco dal lontano febbraio 1981: mi sono svegliata alle 7, alzata alle 7.20, preparata alle 8 e alle 8.45 ero già in città, a calcare gli sgangherati marciapiedi con passo deciso. Che poi non so neanch'io perchè, ma quando cammino ho l'abitudine di inserire il turbo e costringere chi è con me a sfiancanti maratone anche quando non ho nulla da fare; più di una volta mi è stato chiesto con voce ansimante di rallentare, e una mia amica qualche anno fa s'è rifiutata di procedere gridandomi minacciosa "DECELERA!", perchè l'avevo seminata lasciandola qualche metro più indietro.
Vabbè, comunque. Procedendo alla velocità di Road Runner (quel dannato struzzo che Will Coyote non riesce mai ad acciuffare e che, secondo me, è un po' la metafora delle nostre lacrimevoli esistenze), naturalmente, non sono affatto arrivata in orario, ma in anticipo: brutta pecoraccia nera, dicevo alla mia immagine riflessa sulle vetrine, ma chi vuoi che ci sia in banca alle 9 del mattino? E quanto tempo pensavi di perdere dal tecnico informatico per un problema stupidino e di facile risoluzione, per di più senza aver portato con te il notebook (geniale, veramente) per poter eventualmente effettuare delle prove? E ancora, credi forse che ci voglia un'ora intera per consegnare la ricevuta di un pagamento all' ufficio Relazioni Internazionali?
Ecco. Se mi fossi rivolta queste domande la sera prima, avrei evitato di terminare tutte le operazioni alle 10 e di ritrovarmi senza macchina e con quattro ore buche nel bel mezzo della città, costringendomi a mettere un po' di sale alla mia  ultimamente insipida fantasia per inventarmi qualcosa da fare, qualcosa che non fosse il solito, frustrante e infruttuoso giro di shopping (anche se c'ho provato... e HO provato: uno di quei vestiti da mettere sui jeans, sì, proprio quei vestiti stronzissimi con le maniche a palloncino - che secondo me chi le ha inventate aveva problemi  di alcolismo o di relazione o di sessualità, o tutte e tre le cose insieme - ma che scopri che sono a palloncino solo dopo averli indossati e ti ritrovi con le spalle di un giocatore di rugby... li odio, quasi quanto i pantaloni a sigaretta, le scarpe a punta e i cerchietti con le stelline che sembrano le antenne di una chiocciola).
Così mi ricordo di John Fante nella borsa... non è che ci fosse proprio lui, o le sue ceneri, ma avevo portato con me "Chiedi alla polvere" e ho pensato che impegare quattro ore leggendo fosse un'idea sana, rilassante e proficua. Fu così che la pecora nera si arrampicò per la salita di via San Giuliano, dove quotidianamente lascia calorie, sudore e tutti i suoi peccati,  e da nera divenne prima rossa, poi blu, poi viola, poi nuovamente rossa  prima di riacquistare il suo bel corvino raggiungendo i pascoli del monastero dei Benedettini.
Entro, raggiungo il chiostro del secondo piano e mi sistemo nei sedili di nuda pietra con una lattina di tè freddo in mano (che avevo comprato appena entrata perchè la salita mi aveva prosciugato la gola). Frattanto un vento leggiadro si spalmava sulla mia schiena madida e nuda -ah, i jeans a vita bassa... ah, i maglioncini corti... - e ho trascorso il primo quarto d'ora delle restanti quattro da dedicare alla lettura a tentare di trovare una posizione che fosse al contempo comoda, utile e che mi risparmiasse una polmonite. A gambe conserte, mi si scopriva la schiena; distesa, la schiena era sempre scoperta e per di più toccava la pietra gelata; raggomitolata, la schiena era scoperta e la mia biancheria intima era esposta a tutto il pubblico presente al chiostro. Durante questi vani tentativi ho dato per errore un calcio alla lattina (fortunatamente ancora sigillata) di tè, la quale è morta all'istante ed è rotolata esanime su terra, cicche di sigarette e schifezze varie imbrattandosi tutta. La Provvidenza però aveva fatto sì che vicino a me si trovassero due bottiglie d'acqua abbandonate e piene (?), e ho lavato tutto bevendo il tè consapevole di aver appena contratto il colera, la peste o la malaria (beh, basta saperlo).
Cmq, mi rimetto a gambe conserte, decisa a sopportare stoicamente il vento che intanto continuava a solleticarmi la spina dorsale, e finalmente comincio a leggere. Se non altro c'era pace, gli uccellini cantavano, i millepiedi strisciavano e le formiche litigavano, ma in silenzio, e Arturo Bandini mi divertiva con le sue peripezie e le sue megalomanie alternate alle insicurezze che mi ricordavano una persona a me molto familiare e somigliante.
Passano dieci minuti e due ragazze irrompono nel chiostro, una delle quali era visibilmente turbata e con la voce tremula di chi sta per scoppiare in un pianto a dirotto. Si siedono sulla ringhiera, non troppo distanti, e la tremebonda comincia a intavolare a voce di testa una serie di drammatiche discussioni al cellulare, chiamando alternativamente mamma, papà, fidanzato e colleghi per lamentarsi di un esame andato male. Questo fu l'avvenimento che segnò la fine della pace, della prosperità e delle mie quattro ore di lettura.
Ho raccattato libri, giacche, borse, sono uscita dal monastero e ho preso a vagare per la città, decisa a raggiungere il mare e abbandonarmi alla meditazione, annegando i pensieri tra le onde.
E dunque attraverso tutto il centro, mi imbatto in un distinto signore di mezza età con cravatta e riporto il quale, dopo avermi guardata con insistenza per tutto il percorso tanto da indurmi a credere che fosse un testimone di Geova in procinto di chiedermi cosa pensasse Dio del genere umano, appena fermi al semaforo di punto in bianco mi offre una Marlboro (naturalmente rifiutata, a prescindere dal fatto che non fumo... ma sant'iddio, certi uomini sono veramente scatenati) accelero il passo (più del solito) e mi affretto a lasciarmelo dietro di almeno trecento metri, intravedo l'azzurro del mare, percorro strade interrotte, calcinacci, reticolati di quel cantiere a cielo aperto chiamato Catania e finalmente arrivo: una ringhiera e qualche metro più in là uno strapiombo sull'acqua , inquieta e bellicosa. Mi arrampico sulla ringhiera e sto lì, ferma, a riflettere sull'universo per una ventina di minuti. Il vento frattanto era più forte e continuava a infilarsi sotto il mio maglione, ma io ero sul mare, non ci pensavo, era bello, c'erano le onde, il sole, gli scogli, la solita coppia di fidanzati (chissà perchè quando si è fidanzati si va sempre a guardare il mare...). Poi però ho cominciato ad aver freddo, e s'era fatta ora di pranzo, dunque decido di andare. In quel momento ho realizzato di non avere assolutamente idea di come fare a scendere dalla ringhiera: in avanti, rischiavo di rotolare verso lo strapiombo qualora fossi malauguratamente inciampata; indietro, potevo benissimo ribaltarmi con conseguenze poco simpatiche che potevano includere rottura del collo, trauma cranico o paralisi a vita. Eppure qualcosa dovevo fare, così senza pensarci più tanto spicco un balzo e per miracolo atterro in piedi, perchè ero assolutamente sbilanciata e se le mie gambe fossero state più basse di un millimetro avrei toccato il bordo della ringhiera, cadendo in malo modo. Ai presenti sarà sembrato un gesto di estrema agilità a cui guardare con invidia; ma in realtà era semplicemente un principio di caduta che s'è fortunatamente risolto in un atterraggio ben riuscito. Io però non gliel'ho detto.
Le mie quattro ore buche erano così terminate... e mentre salutavo il mare, ho pensato che, tutto sommato, in certo casi è meglio arrivare in ritardo.

(wow, credo che questo sia in assoluto il post più lungo che abbia mai scritto nella mia carriera di blogger )




permalink | inviato da kaos il 21/4/2007 alle 15:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 aprile 2007

...

Mi sento impotente. Assisto agli eventi senza poterli cambiare, senza riuscire a intervenire, vivo una vita che non mi soddisfa lasciandomela colare addosso senza neppure asciugarmi.
Talvolta mi chiedo se aspetto, cosa aspetto, perchè aspetto e fino a quando potrò permettermi di aspettare. Tutto mi sembra uguale, ripetitivo, faccio ogni giorno le stesse cose, compio gli stessi percorsi, bevo lo stesso caffè, metto lo stesso trucco, ascolto la stessa musica, penso gli stessi pensieri. Mi chiedo cosa succederà quando mi sveglierò e sarà già domani, quando questi momenti saranno vecchi soprammobili pieni di polvere e insetti.
La vita, se ci si pensa un po' su, fa paura. Perchè ti si spalanca davanti in tutta la sua stordente nudità e improvvisamente ti sembra di capirla, di indovinarne l'essenza, ti rendi conto che non c'è nulla di cui rendersi conto, nulla da comprendere.
 
Ecco, io ho paura, io non voglio più pensare.




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12 aprile 2007



E' inutile, non mi rimane che arrendermi all'evidenza: sono diventata totalmente incapace di dedicarmi allo shopping. Non è che l'idea in sè mi dispiaccia, anche perchè credo che il giro per negozi sia un qualcosa che fa irrimediabilmente parte del genere femminile (soprattutto di quella porzione di genere femminile che si specchia per controllare la messa in piega nelle vetrine dei Paesi industrializzati e se ha il vento contro,procede a passo di gambero), un po' come le ovaie e le mestruazioni. E' quando questa idea smette di essere tale per concretizzarsi nella realtà, che cominciano a sorgere i problemi. Esco, armata di buona volontà e una certa dose di entusiasmo, convinta di portare a casa il guardaroba primaverile che allo stato attuale praticamente NON HO, e puntualmente gli unici scontrini che poi mi ritrovo addosso rientrando sono quelli del pane, delle gomme da masticare e della pizzetta di Prestipino. Insomma, non so cosa mi prende, ma mi confondo. C'è troppo in giro.... davvero troppo. Io con tutta questa roba sparsa per la città non riesco a scegliere, a provare, non riesco nemmeno a guardare. Vado completamente nel pallone, inizio a vagare per le strade come un predicatore nel deserto, entro ed esco dai negozi ma senza prendere in considerazione nulla di tutta la merce esposta: rimango imbambolata. Il tempo, fra le altre cose, non aiuta. Siamo entrati nell'odiosa fase meteorologica della "scelta": il clima è incerto, confuso, "adolescente", a tratti sereno, a tratti burrascoso, caldo di giorno, fresco al calar della sera. Dunque, bisogna scegliere: scegliere se sentire caldo o freddo, dal momento che qualsiasi cosa ci si metta addosso in questi giorni, non si azzeccherà MAI l'abbigliamento giusto e si uscirà di casa o troppo leggeri, rischiando una bronchite alla prima folata di vento, o eccessivamente imbacuccati camminando sotto la canicola stile Totò e Peppino alla stazione di Milano.




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9 aprile 2007


Se non altro ho concretizzato la mia idea di una Pasquetta alternativa: niente arrusti e mangia, niente palleggi in campagna col Super Tele che si unisce agli uccelli migratori alla prima folata di vento, niente pezzi di salsiccia incastonati fra i denti, niente stravaccamenti al sole con gli occhi appiccicati dal vino e le espressioni soddisfatte.
Ebbene, io ho trascorso Pasquetta 2007 a scippare ortiche e a spalare cacche di cane nel giardino di casa mia.
Vi sembra poco? Ma volete mettere la soddisfazione di afferrare con le manone guantute un bel cespuglietto di subdole ortiche, sdradicarlo e scaraventarlo con cattiveria su una carriola? Lo scippamento di ortiche è un'ottima panacea per delusioni, rancori, sentimenti di sconforto e disperazione, rabbie mai del tutto sopite e scazzamenti vari. Ti concentri intensamente sull'oggetto della tua incazzatura, stringi i pugni sulla cima di quelle piante crudeli (naturalmente con i guanti...), tiri con forza e via! L'incazzatura rimane lì, appesa su quelle radici morenti, e trova la fine che merita fra le altre sterpaglie abbandonate sulla carriola.
Poi però resuscita.
Va beh, insomma, è pure una cosa educativa, è come guardare Discovery Channel, come quando si era bambini e a scuola si raccoglievano i millepiedi in pericolo e si spostavano nelle aiuole per non farli calpestare. Voglio dire, si ritorna a quel rispetto per l'ambiente che mi ricorda tanto la mia maestra intenta a spiegarci quanto fosse brutto gettare le carte a terra e strappare i fiorellini dai prati, che poi diciamocelo, non ci credeva nemmeno lei... lo sapeva che non lo fa quasi nessuno ma eravamo bambini, e i bambini hanno diritto di sognare e di credere che la maggior parte del genere umano non getta carte per terra, non strappa i fiorellini dai prati e quando si ferma al semaforo, spegne la macchina per non inquinare senza motivo. Lei lo sapeva che lo avremmo fatto anche noi.
Ecco, il contatto con la terra forse si inserisce nella regressione che mi caratterizza da un paio d'anni a questa parte e che mi porta a rievocare con commozione gli anni dell'infanzia; e non perchè siano stati particolarmente belli, ma piuttosto perchè ancora credevo "nell'intima bontà dell'uomo", ancora credevo nella possibilità di cambiamenti positivi, nel classico "mondo migliore", credevo che se uno ti chiede "come stai?" fosse per forza di cose interessato alla risposta, credevo persino che le merendine non era vero che facessero male, come sosteneva mia madre, perchè se così fosse stato i produttori lo avrebbero senz'altro scritto nelle confezioni.
Ma del resto, ai tempi credevo pure che la "catapulta infernale" dei gemelli Derrick fosse realmente applicabile su un campo di calcio  e che fra gli scavi di piazza Stesicoro abitasse una colonia di Puffi.
Comunque, a parte questo, era interessante notare come a ogni sdradicamento di ortiche c'era sempre qualche piccolo verme a far capolino dal buco lasciato dalla radice, che si agitava cercando di dirmi qualcosa che non sono riuscita ad interpretare. Non ho capito se mi stava ringraziando o insultando. I millepiedi invece erano più scazzati, appena rimuovevi la pianta si arrotolavano come qualcuno a cui hanno appena tolto le coperte e si rannicchia nel materasso lamentandosi. E poi stavano fermi. Marroni, viscidi e fermi. Forse sbadigliavano anche.
Non ho ancora completato il lavoro, perchè uno scarafaggio volante è incautamente atterrato sul mio braccio scatenando il panico -va bene i vermi, va bene i millepiedi e pure i piccoli ragnetti di campagna, ma gli scarafaggi NO- e ho dovuto sospendere causa shock.
Artù, il mio cocciutissimo beagle, seguiva tutte le operazioni ma non è stato molto d'aiuto. Mentre ero intenta a spalare le sue cacche mummificate, me ne ha confezionata una fresca fresca proprio davanti; forse a modo suo era un omaggio, un segno di rispetto (fra l'altro mi fanno morire i cani quando fanno la cacca e subito dopo si girano e si mettono a gettare terra con le zampe di dietro tentando di ricoprirla...  è il loro modo di tirare lo sciacquone, in pratica, ed è divertente perchè sbagliano quasi sempre la mira e hanno la faccia soddisfatta).
Vabbè, comunque, Pasquetta è finita così, tra una pianta d'ortica e una spalata di merda (nel senso letterale del termine), ma tutto sommato dopo un intenso weekend ad Enna a seguire gli incappucciati della Settimana Santa e una mangiata indecente in un agriturismo di Leonforte (con il cugino logorroico che, giuro non so come faccia, ha parlato ininterrottamente per due giorni consecutivi), ci poteva anche stare.
And now, stacco con questo pc e poi mi inventerò qualcos'altro per far passare questi ultimi scampoli di festività.
Frattanto, un pezzo di uovo Kinder per concludere non ci sta mica male...





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1 aprile 2007


Comincio seriamente a detestare i centri commerciali.
Insomma, è veramente allucinante che la domenica non si sappia più come far passare il tempo e non si trovi altro svago se non quello di fiondarsi al centro commerciale e riempire il carrello con qualsiasi cosa capiti a tiro.
Trovo avvilente, deprimente, alienante che al mondo esistano la natura, la campagna, il mare, i boschi, i fiumi, i vulcani e malgrado all'uomo sia stata regalata l'eccezionale facoltà di comprenderli, sentirli, viverli, toccarli, apprezzarli, oggi egli non sa provare interesse per null'altro che non siano sconti, macchine fotografiche, lettori mp3, lampade a forma di cane, telefonini, fiori di plastica, tazze col segno zodiacale, arricciacapelli, giochi per la playstation, tavolette del cesso trasparenti che riproducono fondali marini e chi più ne ha più ne metta.
Sono passata mezz'ora al centro commerciale vicino casa mia perchè era finito il mangiare del cane e mi serviva una cartuccia nera per il pc, ma m'è sembrato di esser finita improvvisamente in uno di quei quadri di Bosch che ritraggono scenari infernali e mostruosi.
C'era tutto il peggio del genere umano che ribolliva fra macchine incastrate l'un l'altra in fantasiosi parcheggi, banconi dei salumi dove per soddisfare tutte le richieste non sarebbero bastati trecento maiali e cinquecento mucche, bambini che giocavano all'autoscontro con i carrelli, uova di pasqua sparse ovunque e chiasso, urla, strepiti, risate, spintoni, minacce, occhiate sgradevoli, diffidenza, la solita interminabile  fila alla cassa e il solito stronzo che passa davanti, le commesse che lanciano sguardi imploranti, l'intera curva nord dello stadio Massimino che, causa chiusura a lungo termine dello stadio, ha deciso di trascorrere la domenica pomeriggio intasando il negozio di elettronica per provare l'X-Box . Una folla mostruosa, abnorme, irreale.
Un delirio.
Questo non è shopping; è vuoto esistenziale, è disperazione, è plastificazione interiore, lobotomia, paralisi cerebrale, suicidio spirituale.
Vorrei tornare indietro. Forse duecento anni fa io sarei stata una bambina scalza, sporca e analfabeta e sarei pure morta di tubercolosi, ma avrei odorato fiori veri, avrei mangiato cose vere, avrei ascoltato suoni veri e giocato a giochi veri con bambini veri.
Sarei stata una bambina vera, insomma. Oggi siamo tutti Pinocchi, solo che al posto del legno abbiamo la plastica e pure il codice a barre nella schiena, grilli parlanti non ce ne sono più perchè li abbiamo ammazzati tutti e preferiamo illuderci di poterli comprare, i sogni, ma in realtà paghiamo solo quelli degli altri.
La cosa più avvilente è che rimaniamo confinati nel Paese dei Balocchi, con le nostre orecchie d'asino, e non ce ne importa nulla: a diventare veri non ci pensiamo proprio.









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27 marzo 2007


Dunque.
Ho già mangiato le fragoline con la panna rimaste da ieri sera. Ho già preso il caffè. Ho già messo i colliri quotidiani. Ho già detto "che palle", una ventina di volte. Ho già sbuffato, guardato fuori dalla finestra senza motivo, lavato la faccia, controllato la posta, imprecato contro un'email che non arriva, trasfigurato il viso in espressioni melodrammatiche.
In bagno, sono andata già stamattina e mica lo puoi fare a comando, mica puoi andare ogni volta che ti va o quando non hai nulla da fare. Mica decidi sempre tu.
Ho già ascoltato i Levellers, canticchiato la Paranza, scritto i titoli delle canzoni di Luigi Tenco sui cd che devo consegnare domani, ordinato la scrivania e disordinato tutto un'altra volta, rotto le scatole al cane che dormiva sul divano, riempito la felpa di peli di coniglio.
Ho già starnutito, tossito, sbadigliato, mi sono già stiracchiata e ho già scrocchiato il collo.
Ho già fatto tutto, insomma, ho già consumato la giornata.

Cos'altro mi rimane? 




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16 marzo 2007


Poi ci sono dei momenti in cui hai solo voglia di suonare la chitarra... pure se di fatto non sai suonare un bel niente e rimani intrappolata in quel lamiremi che diventa l'ossessivo leit motiv delle tue giornate.
Ci sono dei momenti in cui non sai nemmeno stare con i tuoi amici, perchè ti rendi conto di guardare da un'altra parte e vuoi solo andare a casa ad ubriacarti di pensieri e parole.
Ci sono dei momenti in cui si fa fatica a sorridere, a scherzare, a trovare una parola gentile e non ti importa nulla di stare sul cazzo a qualcuno, non ce la fai. In fondo, chi davvero ti conosce e ti apprezza per quel che sei riesce a capire tutto e di fronte al tuo silenzio non ha nè paura, nè imbarazzo, nè noia.
Ci sono dei momenti in cui vorresti piangere ma non esce nemmeno una lacrima e intanto dentro di te senti un fracasso incredibile, perchè lo sai che non c'è un senso e che quel che è palese è quasi sempre vero e il resto sono solo prese per il culo.
Ci sono dei momenti in cui da una parola ne vengono fuori venti, quaranta, cento e mentre le scrivi non pensi, scrivi e basta, poi rileggi e scopri che sono tutte al loro posto con il loro significato e la loro storia e non riesci a spiegarti da dove sono uscite, dov'erano prima e come diavolo hai fatto a metterle tutte al posto giusto.
Questi di solito sono i momenti migliori.








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1 febbraio 2007


Ho il difetto di non saper mantenere la concentrazione per più di dieci secondi su un discorso, su una raccomandazione, un consiglio, una spiegazione. Sono i dettagli che mi distraggono, perchè fondamentalmente li trovo più interessanti. Mi piace leggere uno sguardo, un movimento d'occhi, lo spostamento del bulbo oculare verso qualcuno/qualcosa in maniera del tutto spontanea e inconscia. Mi piace guardare le mani, cogliere lo strofinìo nervoso dei polpastrelli, osservare il disintegrarsi di una mollica di pane fra le falangi o l'ostinazione delle dita che tentano di strappare l'etichetta da una bottiglia di Coca Cola, il modo in cui si posano sulle gambe, o come vengono poggiate sul tavolo e come stringono le posate, e se stanno pendenti sui fianchi o scivolano nelle tasche e se sì, come.
Mi piace osservare le pieghe che prendono le labbra nel corso di una conversazione, l'arricciarsi del naso durante un sorriso, le ciocche di capelli che scivolano sulla fronte pronte per essere ricacciate indietro, la posizione del viso, ora inclinato, ora sollevato quasi a guardare il cielo, lo sfregamento degli occhi che riempie i momenti di vuoto, come a voler giustificarlo, gli attimi di straniamento, di palpebre spalancate quasi a voler risucchiare il mondo intero nel buco nero delle pupille, fisse sul bicchiere di carta, perse in chissà quali volti o immagini o sensazioni.
Mi piace fotografare un istante di verità inconsapevole e poi riguardarlo, ripassarlo in mente e raccontarmi una storia nel silenzio del dopo.
Ho un'innata tendenza alla distrazione, ma un'attenzione eccessiva per i dettagli. Solo che i dettagli sono la realtà senza filtri, flussi di coscienza condensati in movimenti corporei inconsci, liberati dalle catene del pensiero. E per questo, il più delle volte, fanno male.





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22 gennaio 2007


Odio la gente priva di delicatezza, che non sa dare il giusto valore a un gesto gentile, a un sorriso garbato, a un regalo piccolo ma cercato, voluto e confezionato con le proprie mani. Odio quelli che non sanno cogliere la loro presenza nei tuoi pensieri, che non si accorgono che quell' azione è generata dall'ombra dei loro profili nella tua testa al momento del concepimento, senza congetture, senza aspettarsi in cambio nulla se non la comprensione dell'intenzione.
Odio la gente rintanata nelle proprie pellicce di egoismo, con il cuore gonfio d'anestetico e lo sguardo autoriflesso, che non osserva, non coglie i dettagli, quei fondamentali nanosecondi che collegano espressione, gesto, parola; che non sa interpretare quella piccola eppure percettibile incrinatura nel tono di voce dettata da un'improvvisa delusione, come una lama che sfiora le corde vocali sfilacciandole leggermente.
Odio chi non capisce, ancor di più chi non si sforza di capire, molto di più chi capisce e non ritiene che sia così importante. Odio chi lascia cicatrici e non se ne accorge neppure se gliele metti sotto gli occhi.








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1 gennaio 2007


1. QUANTI ANNI AVRAI TRA 5 ANNI?  dunque vediamo... 26+5= 31 minchia! (mai un test era riuscito a deprimermi alla prima domanda)

2. IN QUALE MESE E' IL TUO COMPLEANNO? Febbraio

3. QUANTO SEI ALTO?  1,63... 64... non lo so

4. COSA NON VEDI L'ORA DI FARE LA PROSSIMA SETTIMANA? ah?

5. QUAL'E' L'ULTIMO FILM CHE HAI VISTO? Mouchette (in DVD)

6. PREFERISCI TELEFONARE O SCRIVERE? Detesto immensamente il telefono quindi senza dubbio scrivere

7. HAI ANIMALI DOMESTICI? Sì! Un cane, un coniglio nano e due gatti che praticamente ormai si sono insediati nel terrazzino

8. I TUOI GENITORI SONO SPOSATI/DIVORZIATI/SEPARATI? sposati

9. QUANDO HAI VISTO TUA MADRE L'ULTIMA VOLTA?
Mmmh... diciamo circa mezz'ora fa

10. DI CHE COLORE SONO I TUOI OCCHI? Nocciola

11. A CHE ORA TI SEI SVEGLIATO OGGI? Mai...

12. COSA INDOSSI ORA? Jeans vecchi a zampa con un buchino al ginocchio sinistro, maglia verde militare con la stella rossa (quando l'ho comprata dieci anni fa sguazzavo nella beata ignoranza e non lo sapevo che era comunista... appena l'ho scoperto non l'ho più indossata in giro), maglione azzurro di lana grosso con la zip... una mise molto sexy, va

13. QUAL'E' LA TUA CANZONE DI NATALE PREFERITA? Odio le canzoni di natale

14. QUAL'E' IL TUO POSTO PREFERITO DOVE STARE? Casa

15. E IL POSTO PEGGIORE DOVE STARE? Una discoteca

16. DOVE ANDRESTI SE POTESSI ANDARE OVUNQUE? Ovunque!

17. DOVE PENSI CHE SARAI TRA 10 ANNI? nello stesso posto in cui sono adesso

18. TI ABBRONZI O TI SCOTTI? Mi scotto e poi mi abbronzo, ma prendo poco il sole

19. COSA TI SPAVENTAVA TROVARE SOTTO IL LETTO DA BAMBINO? niente, mi spaventava piuttosto l'idea di imbattermi in oscure presenze o scorgere volti angoscianti nel buio

20. QUAL'E' STATA L'ULTIMA COSA CHE TI HA FATTO RIDERE? Il resoconto di una ruzzolata dalle scale fatto da mia madre

21. HAI DELLE CICATRICI? No

22. PREFERISCI L'OCEANO O LA PISCINA? L'oceano... nella piscina fanno sempre pipì i bambini e si suicidano gli insetti

23. PREFERISCI IL SEDILE VICINO AL FINESTRINO O NEL CORRIDOIO DELL'AEREO?
Finestrino... quando decolla lo chiudo, ma appena comincia la fase di atterraggio amo seguire i movimenti e tutte le fasi dell'avvicinamento alla pista

24. SECONDO TE QUAL E' IL MODO MIGLIORE DI SPENDERE SOLDI?  boh... spenderli per qualcosa che piace davvero e non sperperarli in cose superflue

25. INDOSSI DEI GIOIELLI A 24 CARATI?   Non amo i gioielli

26. QUAL'E' IL TUO PROGRAMMA TV PREFERITO? Dr House

27. SAI ARROTOLARE LA LINGUA? NO! però so muovere le orecchie

28. CHI E' LA PERSONA PIU' DIVERTENTE CHE CONOSCI? quando non è in preda alle crisi esistenziali, mia madre

29. DORMI CON ANIMALI DI PELUCHE? Se mi sento sola, a volte... però poi mi danno fastidio e li butto per terra (il muso di un orso che preme contro la spina dorsale non è una bella sensazione)

30. CHE SUONERIA HAI SUL CELLULARE? Nessuna, uso la vibrazione... la suoneria mi crea un fastidio psicologico

31. CONSERVI DEI VESTITINI DI QUANDO ERI PICCOLO? No

32. CHIUDI IL RUBINETTO MENTRE TI LAVI I DENTI?

33. DORMI CON LA PORTA CHIUSA O APERTA? chiusa

34. PREFERIRESTI ESSERE ATTACCATO DA UN ORSO O DA UNO SCIAME DI API? ma diciamo che preferirei grattarmi la panza

35. FLIRTI MOLTO? ahuahuahahuahua... sono un'imbranata colossale, se qualcuno mi piace non lo riesco nemmeno a guardare in faccia, figuriamoci

36. QUAL'E' IL TUO CIBO PREFERITO? dolci, pane e companatici

37. SAI CAMBIARE L'OLIO AD UN'AUTO? mai fatto, ma non si sa mai

38. TI PIACCIONO I VIDEOGAMES? una volta sì, adesso dopo un po' mi annoiano. Poi sono troppo suscettibile, se perdo la prendo sul piano personale e m'incazzo

39. SEI MAI RIMASTO SENZA BENZINA? no, è il mio incubo, infatti appena inizia a lampeggiare scappo dal benzinaio

40. QUAL'E' L'ORA IN CUI VAI A LETTO DI SOLITO? boh... l'1, le 2...

41. LEGGI IL GIORNALE? Leggo i necrologi. Vale lo stesso?

42. HAI PIU' DI 10 CD? Certo

43. CHI E' IL TUO COMICO PREFERITO? Insomma, i comici a me non fanno ridere... ma io sono geneticamente modificata

44. GUARDI LE SOAP OPERA?
no

45. BALLI IN MACCHINA?  No, ma se parte una canzone che mi piace comincio a spingere ritmicamente il piede sul pedale dell'acceleratore e mi metto a cantare. Se il pezzo mi piace particolarmente, mi esalto e mi trasformo in Fernando Alonso







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