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Diario
17 marzo 2011
ParanoidAndroid
Se si facesse caso ai movimenti quotidiani nel box doccia, si noterebbe che di solito la maggior parte della gente inizia a lavarsi esattamente dalla stessa parte, sempre. Il lato destro o il lato sinistro, il braccio o il seno, il collo o il bacino, qualcuno i piedi, qualcun altro la schiena. Io comincio sempre con il braccio destro. Parto dal bicipite e arrivo fino alla spalla, e poi di nuovo giù fino al polso e alla mano. Poi il petto, e la pancia. Poi via tutto il resto. Ogni giorno così; ma a me prendono spesso, quelle che io chiamo “crisi di monotonia”: la routine di ogni cosa mi lascia un velo di catrame nella testa, come una sorta di insofferenza che avverto proprio a livello cerebrale e che somatizzo poi nell'irregolarità del respiro. Nei giorni più critici, mi annoia persino la mia faccia; non perché sia particolarmente brutta o particolarmente bella, semplicemente perché è sempre la stessa: può modificarsi impercettibilmente per effetto di una ruga microscopica o di un nuovo neo, o di un solco misterioso apparso dal nulla; ma fondamentalmente rimane la stessa. Certi cambiamenti non si avvertono per niente, invisibili all'occhio umano come un batterio o un microbo; l'asse della terra può spostarsi di dieci centimetri, e nessuno se ne accorge; l'ozono si buca, e continuiamo la nostra vita come se niente fosse; spunta un solco sul tuo viso, e tu continui tranquillamente a sorseggiare il caffè, guardando il telegiornale e ripassando a mente gli impegni della giornata. Quel solco non esiste, non c'è, non ci sarà mai. Ci sarà sempre e solo la tua faccia, il tuo naso, le tue labbra e quella sottile inquieta sensazione di deja vu che ti coglie quando ti guardi allo specchio del bagno, riflettendo l'ultimo sogno della notte. Non sai cos'è, ma il tuo inconscio in qualche modo la codifica e te la sbatte proprio lì, nel lavandino pieno d'acqua: la noia. Eppure c'è chi scorge novità dappertutto, ogni giorno. Spunta un fiore, e questo basta per allietare la giornata a qualcuno. Se spunta dal marciapiede, poi, è la prova materiale dell'esistenza di Dio o di un qualsivoglia essere metafisico superiore, e quel fiore, con i petali viola e seghettati e spiegazzati dagli incauti passi dei viandanti, ignari di cotanta meraviglia, è un eroe che lotta contro indifferenza e abuso edilizio. Io non sono così. Io compio sforzi madornali ogni notte, per guardare il cielo e trovare una stella nuova, o un nuovo mistero. Certe volte vedo solo buio, e gli aerei che passano, guidati da uomini. Altre, invece, non vedo niente ma sento qualcosa, o preferisco convincermi che sia così, che un giorno scarteremo la stratosfera come una caramella e tutto sarà limpido, chiaro, tutto avrà un senso. Dipende dai giorni, fondamentalmente, dipende da quanto zucchero ho messo nel caffé o da quanti sguardi torvi ho incorciato per la mia strada, compreso il mio. Però ci penso, sempre. Non so dominare i miei pensieri, non ho controllo su di me. La mia mente sembra un'altra persona. Sembra un bambino incazzato davanti al negozio di giocattoli, o un cane che si pianta in mezzo alla strada e non ne vuole sapere di muoversi. E' qualcosa di affascinante e fastidioso. Voglio dire, la mente delll'uomo è senza limiti. Non si fa imbrigliare dalle catene dell'istinto, le spezza e le travalica e si trova poi però smarrita in un universo di pensieri, idee, sogni, riflessioni che si rincorrono l'uno dietro l'altro e non le danno pace. Fragile come un cristallo e solida come una roccia.
| inviato da kaos il 17/3/2011 alle 23:55 | |
13 aprile 2010
Le circostanze della vita
La terra bagnata sapeva d'inverno
le circostanze della vita
ripetevi
le circostanze della vita sono come i
rami secchi
seccano e muoiono, e si tagliano
Sugli occhi le lacrime della rugiada
intrise di sole e stelle cadenti
nell'animo sabbia, fiori appassiti
Soltanto le ombre per strada, ritagli
di fotografie sul marciapiede
L'attimo prima di un temporale
| inviato da kaos il 13/4/2010 alle 23:9 | |
13 aprile 2010
Chiedi alla polvere
E' semplicissimo cedere alla tentazione del rimedio facile. Ma il rimedio facile, nei fatti, non esiste. Esiste un palliativo, un morbido guanciale su cui riposare qualche ora ma che poi bisogna irrimediabilmente abbandonare, per affrontare la giornata, la vita, il mondo. Dovrei smetterla di pormi domande, di analizzare, frammentare, sezionare, sottoporre ogni singola cosa al giudizio insindacabile -quanto potenzialmente fallace - delle mie sinapsi. La vita non è nel cervello; l'esistenza è nell'aria, come la polvere. Credo che nessuno di noi riuscirà mai a costruire un edificio talmente solido da resistere alle frane del dubbio e dell'incertezza. Credo che i limiti imposti dalla nostra finitezza ci impongano di distogliere lo sguardo dall'infinito e rivolgerlo verso noi stessi, l'altro, il tutto. Esistiamo, e questo è quanto. Rinunciare alla vita non è che ritornare all'origine, al nulla da cui proveniamo. La vita è come l'intervallo di un film muto con una platea di spettatori ciechi... anzi, è l'attimo in cui gli spettatori ciechi riacquistano la vista e il film muto è corredato dal sonoro. E quest'attimo, breve, sfuggente, intenso, va vissuto. Con lo stupore di chi aveva il buio negli occhi, e d'improvviso, inaspettatamente, senza sapere perché o per quanto, comincia a vedere.

| inviato da kaos il 13/4/2010 alle 10:45 | |
12 aprile 2010
Back Home
Alla fine, torno sempre qui. Ho cambiato e provato tutte le piattaforme in circolazione, e nessuna di questa mi soddisfa. Non nel senso che il Cannocchiale sia la migliore: tutt'altro, la trovo farraginosa, singhiozzante, persino fastidiosa. Ma qui dentro c'è tutta la mia vita di blogger, anni di cambiamenti, paure, pensieri, stati d'animo. Questo blog contiene fotografie di sei anni di vita, e non lo riesco ad abbandonare. Questo credo sia l'unico vero blog della mia esistenza.
| inviato da kaos il 12/4/2010 alle 18:6 | |
12 aprile 2010
Tutto quel che resta
La fregatura è che ti insegnano a sognare. Ti riempiono di libri e storie e racconti fantastici dove gnomi si alternano a nani, nani si alternano a fate e fate con un colpo di bacchetta magica sistemano una giornata di pioggia, un'influenza,l'intera casa senza neppure scomodarsi per andare all'Ikea. La fregatura, quando nasci, è che l'approccio alla vita è imperniato sul gioco. E invece la vita non è un gioco, è un cazzo di grosso problema da risolvere quotidianamente, una gigantesca equazione che porta ogni giorno una risoluzione diversa e irrisolvibile; qualcuno ci arriva ma con calcoli sbagliati, perviene al risultato senza sapere come e poi si accorge che ha sbagliato tutto, sì, ma comunque risulta. Questi sono quelli che vivono ridendo. Poi ci sono quelli che fanno ogni calcolo possibile e immaginabile e curano tutti i dettagli, ma dopo il segno = compaiono solo numeri periodici infiniti, virgole, zeri, confusione e caos primordiale, fisico, metafisico. Insegnare l'arte del sogno è uno sbaglio irrimediabile. Le farfalle sulla culla che svolazzano con dolci melodie iniettano il morbo dell'illusione, della fantasia, che mal si concilia col resto del mondo; e rimani un emarginato, un disadattato, un'anima triste e nera che aspira alle nuvole, ma è costretta a calpestare pezzi di asfalto bucato. Tutto quel che resta del sogno è l'idea. Tutto quel che resta è uno sguardo al cielo e una lacrima asciutta, che brucia le guance come il sale del mare. Tutto quel che resta è il ricordo di un'emozione, lo stupore attaccato all'ancora di una nave ferma da mesi, anni, che non naviga più, piena di ruggine a poppa e a prua, col comandante invecchiato che vive in cabina e passa le giornate a dar da mangiare ai gabbiani. Fino all'ultima briciola dispersa fra le onde, frammentata dall'acqua. Fino a scomparire.
| inviato da kaos il 12/4/2010 alle 18:5 | |
12 aprile 2010
panta rei
Eppure qualcosa succede sempre, anche quando sembra che tutto intorno
ristagni. La vita è un divenire, e aveva ragione Eraclito a sostenere
che non ci si possa bagnare due volte nello stesso fiume: cambia il
fiume, cambiamo noi, cambiano lo stato d'animo e il contesto e il
motivo, e tutto il resto. Tutto cambia, solo talvolta in modo
impercettibile, altre in maniera più evidente. Non escludo che i
cambiamenti più nascosti siano quelli più determinanti, che non
provocano sismi e tsunami interiori o disturbi post-traumatici da
stress ma levigano pian piano, smussano, plasmano, giorno dopo giorno.
Come gli scogli sul mare.
| inviato da kaos il 12/4/2010 alle 18:4 | |
12 aprile 2010
Mellon collie
Non so davvero perché sono tanto
triste. E questa tristezza mi stanca, e voi stessi dite d'esserne
stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l'ho presa, dove me la son
trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dove è
spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscere me stesso.
[W. Shakespeare, Il mercante di Venezia]
E' così che succede: tutto a un tratto, divento triste. Come adesso. E anch'io, come Antonio, mi chiedo "dove l'ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dove è spuntata".
Ma non so darmi risposta. Muovo le corde della chitarra, e sento dentro
di me come un pianto lontano, uno struggimento profondo e lacerante cui
non so porre rimedio. E subito si affaccia l'immagine delle stelle,
dell'universo: come se un'inquietudine metafisica si impossessasse di
me, oltrepassando l'atmosfera senza subire un graffio, proiettandomi
nel cosmo come fossi uno shuttle. Quando ti piomba addosso la
malinconia, raramente c'è qualcuno che ti abbracci. Perché altrimenti
non perderemmo tempo a comporre poesie, ma piangeremmo sulla sua
maglia, inumidendola di lacrime.
(Il bisogno di qualcuno non si dice, non si rivela: sta agli altri percepirlo, e prestare soccorso.)
| inviato da kaos il 12/4/2010 alle 18:3 | |
12 aprile 2010
La schiavitù si è solo modificata
Le ridotte ore di sonno manifestano i loro effetti: torpore (ma va?),
ansia, pensieri lugubri, senso di stordimento, voglia di Alaska. Mi
prende sempre la voglia di Alaska, quando qualcosa mi serra la gola e
mi annacqua i pensieri. Non so bene cosa rappresenti l'Alaska nella mia
immaginazione, non ci sono mai stata, ma c'è una piccola cellula dentro
di me che lo conosce e anela a tornarvi. Un atomo, forse, una
microparticella di qualcosa che mi è piovuta addosso nel corso degli
anni e mi rende familiare ciò che non ho mai visto se non in fotografia.
Le
giornate lavorative che inframezzano i periodi di vacanza più o meno
lunghi hanno la bocca impastata di un ubriaco, i riflessi rallentati,
gli occhi arrossati rivolti verso una finestra da cui si vorrebbe
uscire, per mettersi a correre in strada, verso niente e tutto.
Assumiamo la stessa consistenza delle scrivanie dietro cui tarscorriamo
ore ed ore: plastica, legno lavorato, metallo, a seconda dei casi. Questa scrivania, un tempo, doveva essere un albero.
Spesso
mi chiedo cosa ci faccia qui. La risposta è apparentemente scontata:
lavoro. Prendo soldi in cambio di prestazioni, che è ciò che più o meno
fanno tutti (tranne ovviamente i disoccupati, i barboni, i mantenuti e
Carolina di Monaco). Se si ragiona in questi termini, siamo più o meno
tutti mercenari: ci mettiamo al servizio di qualcuno che ci
retribuisce, senza averne di fatto la minima voglia. Ad eccezione dei
pochi eletti che hanno la fortuna di svolgere un lavoro che li
appassioni, tutti gli altri sono (siamo) solo prezzolati che scrivono
lettere o inviano fax o mostrano appartamenti esclusivamente per
denaro, per pagare le rate, il mutuo, il televisore, le scarpe, le
sigarette. Il lavoro nobilita quando lo si ama, quando è in armonia con
il proprio essere, quando ogni singola fibra del proprio corpo si
esalta e sprofonda nella magnifica consapevolezza di far qualcosa che
sleghi le corde che ci serrano le ali, lasciandoci liberi di fare,
creare, essere noi stessi. Altrimenti, diventa un veleno che siamo
costretti a bere giorno per giorno per tirare avanti, per sopravvivere,
considerandoci fortunati quando c'è, quando abbiamo l'occasione, finalmente, di intossicarci l'anima e di pagare le bollette. L'essere umano, malgrado le sue potenzialità, non è capace di vivere; ha strutturato una società disumana, contraria alla sua natura, anzi, fuori
dalla natura; ha creato un micromondo fatto di leggi proprie,
auto-castrandosi quando sgarra e torna alla terra e all'istinto,
sacrificando le potenzialità preziose della ragione e dei sensi al
profitto e al perbenismo: "non pensare, non sognare, comportati bene:
fai soldi, lavora, guadagna, fingi, non esporti, non fare cose
sconvenienti, nascondi te stesso, vivi di apparenze". Produci, consuma, crepa.
| inviato da kaos il 12/4/2010 alle 18:1 | |
15 marzo 2008
Orizzonti di gloria
Poi vedo certi film e m'incazzo ancor di più. Ho voglia di prendere a calci questo stato di cose, che se non riesco proprio a cancellarlo almeno un po' lo rompo. Ho voglia di fare qualcosa. Ma cosa. Cosa.
Cosa.
| inviato da kaos il 15/3/2008 alle 22:56 | |
13 marzo 2008
Modern world, I am not pleased to meet you
Quando ero più piccola, e rimanevo sconvolta di fronte alla cupa follia che regna sovrana sul mondo, mi consolavo pensando che col passare degli anni ci avrei fatto il callo e sarei riuscita ad accettarla passivamente, a subirla, ad adattarmi, a vivere insomma, senza pormi più troppi problemi, al riparo da traumi e delusioni. Invece non è così; più scorre il tempo e più cresce la mia rabbia, più forte è lo sdegno, maggiore è il pessimismo, esasperante quasi il senso di straniamento che mi coglie non appena mi immergo in società, a contatto col genere umano. Ogni giorno è una cicatrice in più che mi porto sulla carne; e cose come stupidità, tracotanza, violenza, prepotenza, arroganza, ipocrisia, soprusi, corruzione, baronie varie, limitazioni alla libertà di espressione, minacce e ritorsioni, soprattutto da parte di gente che poi sale in cattedra a riempirsi la bocca di nomi che non è degno di pronunciare, ecco, queste cose per quanto mi sforzi non le riesco a metabolizzare, a tollerare; mi provocano la più assoluta repulsione.
| inviato da kaos il 13/3/2008 alle 22:30 | |
13 febbraio 2008
Stazioni
Mi sento come se fossi su un treno che rimane fermo, mentre tutti gli altri partono e vanno chissà dove Io rimango lì, da sola, rinchiusa in un vagone di seconda classe, rannicchiata su un sedile scucito che odora di unto e sudore Rimango lì e guardo fuori dal finestrino, i binari vuoti e sporchi e un topo che li percorre, e un anziano barbone che dorme in un angolo, fra i cartoni Distendo le gambe, poggio i piedi sul sedile di fronte, scrivo il mio nome sul vetro umido E aspetto
| inviato da kaos il 13/2/2008 alle 18:34 | |
2 dicembre 2007
facce di bronzo
"Alla Sicilia i danni per la fiction su Riina"
PALERMO - "Per certi filmati i
danni non li deve chiedere la moglie di Totò Riina ma la Sicilia".
Anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, a Palermo per la
convention del suo partito, si schiera contro la fiction "Il capo dei
capi", andata in onda su Canale 5, che racconta l'ascesa e la caduta di
Riina.
Dello stesso parere il presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro:
"Ha trasmesso un'idea sbagliata della Sicilia - ha detto il governatore
alla convention -. E nell'ultima puntata il personaggio di Schirò urla
contro il figlio che in Sicilia non c'è speranza. Fava (esponente del Pd, ndr), che ha sceneggiato la fiction, ci ha negato la speranza, per noi che vogliamo vivere in questa terra e creare sviluppo".
"Noi"? "Noi che vogliamo vivere in
questa terra e creare sviluppo"? Noi chi? Lui? Queste parole
pronunciate da Cuffaro suonano ridicole, grottesche. Non c'è davvero
limite all'indecenza.
| inviato da kaos il 2/12/2007 alle 14:16 | |
2 dicembre 2007
poesia
...all'uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
poi sconfitto tornavo a giocar con la mente e i suoi tarli
e la sera al telefono tu mi chiedevi perchè non parli..."
Lucio Battisti, I giardini di marzo
Raramente mi è capitato di ascoltare versi che descrivessero così bene l'intera mia adolescenza.
| inviato da kaos il 2/12/2007 alle 0:50 | |
29 novembre 2007
bisogni
Non è che lo
voglia per forza; non è che lo desideri per avere qualcosa da fare la
sera, o per riscaldarmi le mani nè per trovare un messaggio lieto, al
mattino, quando apro gli occhi.
E' che mi serve: per
misurare la mia capacità di dare, per abbandonare il bozzolo ruvido
dell'egocentrismo, per sistemare un po' questa vita così incasinata e
magari incasinarla un po', nel senso buono del termine, a qualcun altro.
Vorrei condividere, non più consumare e ingoiare da sola, come un
panino al volo, in macchina, quando non si ha tempo di pranzare.
| inviato da kaos il 29/11/2007 alle 14:14 | |
28 novembre 2007
waiting for Godot
Insomma, la
dovrei smettere di essere sempre così indecisa... passo un sacco di
tempo a riflettere sulle decisioni da prendere, di qualsiasi cosa si
tratti: che debba scegliere un'insalata, un paio di scarpe o un lavoro
è del tutto irrilevante, perchè perdo tanto di quel tempo
nell'operazione di scelta da non trovarne più altro per tutto il resto.
Passo la vita a decidere senza poi decidere mai oppure decido ed è
sempre, o quasi, la scelta sbagliata. L'insalata scade, le scarpe sono
scomode, il lavoro non va bene.
Dovrei rifletterci di meno, tanto poi qualsiasi cosa si scelga è sempre
un casino. Magari se passo più tempo all'aria aperta, che so, i
pensieri si ordinano meglio a contatto con l'aria, magari camminando il
cervello digerisce meglio... boh.
Fatto sta che continuo a capirci poco, o nulla. E benchè il cielo
plumbeo e gravido m'ispiri, con la sua voglia di cose calde e pantofole
e coperte e di star raggomitolati a leggere un libro, ultimamente ho
voglia di conoscere posti nuovi e gente nuova e fare cose nuove.
Speriamo sempre che tutto cambi da un giorno all'altro, che ci
svegliamo e tutto è più bello e diverso, diversamente bello, bello
diversamente. Io vado a letto e vorrei che poi succedesse quello che
succedeva in un cartone animato natalizio che vedevo sempre quando ero
piccola, dove dei bimbi poverissimi che mangiavano pane duro e latte si
fermavano a guardare, vogliosi, le vetrine dei negozi di dolci e
potevano solo sognarli, chè soldi non ce n'erano. Poi la mattina di
natale si svegliavano, e trovavano la povera casa piena piena di dolci,
così, di punto in bianco e tutto cambiava, fino al prossimo pane e
latte. Ma un po', cambiava.
Qui non cambia, come l'acqua di un vecchio pozzo chiuso che ristagna e
c'è sopra il muschio -muschio? o che?- non cambia mai, in senso
positivo intendo e sono sempre a guardare quella vetrina di dolci
desiderandoli e sentendo quasi il sapore, la glassa sotto i denti e la
crema sulle mani e il velo di zucchero sulla giacca e sulla punta del
naso.
E tutto si risolve in una tazza di caffè caldo e in un miagolio di gatti randagi.
| inviato da kaos il 28/11/2007 alle 13:16 | |
22 novembre 2007
Autocelebrazione
Oggi me lo merito, un post auto
celebrativo: come raramente accade, sono uscita vincitrice da un
combattutissimo scontro con la mia pigrizia, e non ci sono stati nè
supplementari nè rigori ma un successo netto, nitido, oserei dire
storico. Insomma, è come se gli All Blacks neozelandesi perdessero in
casa con, che so, la Repubblica di San Marino, o come se le Far Oer
avessero buttato fuori la Francia dal girone delle qualificazioni ai
prossimi europei: non è che capiti spesso e quando capita, diviene un
evento.
Che poi a dirsi è poca cosa: non mi andava di far qualcosa che dovevo
fare, ma l'ho fatta lo stesso. Sembra niente ma per me è uno stupro,
una violenza su me stessa, violenza benefica però, come uno scapaccione
quando fai i capricci, da piccolo.
Aveva ragione qualcuno, giorni fa, a sostenere che l'unico modo di
combattere la pigrizia sia costringersi a fare qualcosa anche quando
non si ha voglia. Sai, "qualcuno", se ti ascoltassi più spesso forse
non avrei bisogno di piscologi, di manuali, di tazze di caffè e di
qualcuno da incolpare, forse queste giornate sciocche e sceme e prive
di senso se ne andrebbero via in tutt'altro modo, forse avrei più
storie da raccontare un giorno, con le macchie sulle mani e pochi denti
gialli, al vetro muto di una finestra.
| inviato da kaos il 22/11/2007 alle 18:43 | |
15 novembre 2007
Sindrome di Peter Pan
Certi giorni mi piacerebbe svegliarmi
diversa, come illuminata da un'intuizione, una scoperta, una cosa a cui
non avevo mai pensato prima. Invece non solo agisco, ma penso anche in
modo assolutamente monotono e prevedibile: i miei pensieri sono sempre
gli stessi, come un vocabolario con le pagine strappate e poche altre
rimaste superstiti, che spiegano all'infinito poche parole già
conosciute.
Non imparo affatto dai miei errori, li ripeto scioccamente e rimando,
credendomi adolescente, una maturità che dovrei già possedere e tante
esperienze che dovrei aver già affrontato e che, invece, rimangono per
me ancora misteriose. Ho 27 anni quasi, eppure penso, agisco e spero
come una sedicenne: o forse penso come una trentenne e agisco come una
sedicenne, il che spiega l'estenuante, implacabile querelle fra la mia coscienza e le mie azioni quotidiane.
Io voglio crescere, e non lo voglio al tempo stesso, chè mi manca il
coraggio; che ce ne vuole, di fegato, a buttarsi a pesce fra i
"grandi", a inalare nevrosi e follie e hai solo due opzioni: o ti
ritrovi, tuo malgrado, a guardare il mondo dietro le quinte e ne scorgi
lo spaventoso nonsense,
che una volta metabolizzato ti rende cosciente dello schifo in cui vivi
e non ci sono lieti fini che tengano; oppure chiudi la porta e tieni
lontano il fetore, vai a metterti in tiro e ti presenti in società con
il sorriso sulle labbra e un cellulare di ultima generazione in mano,
pronto a scattare una foto alla tua amica spappolata da un autobus e a
mandarla su internet senza fare una piega. Le nuove generazioni sono
mostruose, terrificanti: a quindici, sedici anni sono già stufe del
sesso, delle sbronze, delle droghe, della morte. Io non so dove
scappare, dove andare per provare egoisticamente a salvarmi, non so più
trovare un angolo di mondo rimasto puro, preservato da questa
disastrosa epidemia che infetta e atrofizza i sentimenti. Non c'è
rimasto un solo angolo di mondo nascosto alla follia inarrestabile
dell'uomo.
| inviato da kaos il 15/11/2007 alle 23:28 | |
28 ottobre 2007
...ed è l'eterna lotta tra sesso e castità
Perchè un uomo non puo' contemporaneamente
amare una donna e Dio? Perchè il genere umano ripudia i propri istinti
al punto da formulare improbabili dogmi e inventarsi obblighi di
castità che nessun dio pretenderebbe? Perchè, se proprio si vuol
credere in Dio, non lo si vuole scorgere nelle cose del mondo ma dalle
cose del mondo isolarlo, come un'entità a parte, come se il mondo e la
vita e il sesso non lo riguardassero? Perchè tramutarlo in un temibile
e austero inquisitore e non in padre severo ma comprensivo, perchè
averne paura? Perchè la fede odora d'incenso e non di carne, sangue,
terra?
Io credo che ci sia molto più Dio in un filo d'erba, in un cane o nel
guardarsi negli occhi che in tutti i vecchi e nuovi testamenti.
| inviato da kaos il 28/10/2007 alle 1:10 | |
20 settembre 2007
Cani ribelli
Non chiedo quasi mai consigli, perchè so
che tanto poi faccio sempre di testa mia e dunque evito di far perdere
tempo agli altri. Che poi anche quando cerco di seguirli, ho capito una
cosa: in certi casi i consigli si adattano perfettamente a chi li dà,
ma poco a chi li mette in pratica. Nel senso che ci sono situazioni che
vanno affrontate in base alla propria personalità, al proprio carattere
e alla propria capacità di gestirle: tante volte ho ricevuto consigli
che poi, all'atto pratico, si sono rivelati per me disastrosi, mentre
chi me li aveva suggeriti era forte di una sua personale esperienza
dall'esito evidentemente positivo. Penso ai consigli riguardo certe
situazioni sentimentali, ad esempio... i classici consigli del tipo "ma
buttati, ma dai, ma provaci" che poi, da me attuati, ottengono sempre
lo stesso risultato: una figura di merda, e il matematico insuccesso.
Ciò non toglie comunque che esistano consigli "universali", quali ad
esempio una serie di dritte su, che so, come scolare la pasta senza
buttarsi addosso l'acqua bollente, come togliersi dalle suole delle
scarpe una cacca di cane (o come evitare di pestarla), come fare ad
appendere un quadro senza riempire il muro di crepe. Ecco, io vorrei un
consiglio standard, un consiglio universale, prepagato, ricaricabile su
come infilare la museruola a un cane. A un cane infido, per la
precisione, che un minuto prima gioca e scondizola con occhi grati e
docili e un minuto dopo si irrigidisce, ringhia e fa scattare le fauci
di colpo a mò di tagliola.
Aiutatemi, perchè non so più cosa fare per permettere al veterinario di
visitare il mio beagle, che ha quasi dieci anni, i testicoli
"nascosti", un sospetto di insufficienza renale e una gigantesca testa
di minchia. Questa razza è tanto deliziosa quanto insopportabile:
quello sguardo languido, quelle orecchie che pendono graziosamente
sulle guance, quel musetto da innocente peluche nascondono in realtà
una testardaggine e un'ostinazione snervanti. Impossibile impartirgli
ordini, inutile provare a rinchiuderli, ridicolo chiamarli sperando in
una sottomessa obbedienza o tentare di farsi dare la zampa: i beagle
procedono dritti sparati per la loro strada, pelosi rompighiaccio che
avanzano incuranti di suppliche, grida, lamenti, minacce. Il mio non è
un'eccezione alla regola: rinchiuso, gratta le porte per tutta la
notte; se lo trovo sul divano e lo sgrido, lui rimane imperturbabile,
acciambellato, a guardarmi con aria di sfida o, peggio ancora, noia; se
metto un cesto di vimini sulla poltrona, prima di andare a dormire, per
impedirgli di accomodarvisi, lui si vendica e l'indomani mattina trovo
un torrente di pipì calda e gioiosa che scorre fra le mattonelle.
E' da quasi un mese che io e mio zio tentiamo disperatamente di
portarlo dal suo amico veterinario (amico di mio zio, del cane un po'
meno) per un controllo: la prima volta, preda di uno straordinario
sesto senso, non appena ha intravisto una macchina pronta ad
accoglierlo s'è irrigidito sul divano e quando si provava a infilargli
il guinzaglio, ringhiava, abbaiava e scoraggiava qualsiasi tentativo.
Siamo andati avanti così per quasi due ore fino a che siamo stati
costretti a prendere coscienza della sconfitta e a disdire
l'appuntamento, mentre lui, trionfante, si rotolava sul tappeto.Oggi
siamo riusciti a portarlo nello studio del veterinario con una
sceneggiata degna di un sequestro di persona (io lo portavo fuori
mentre mi davo appuntamento con mio zio in strada per caricarlo poi in
macchina di sorpresa), ma una volta lì, oltre ad odorare i genitali di
tutti i cani presenti, non ne ha voluto sapere di montare sul tavolo
mordendo quasi il veterinario, sprovvisto di museruola perchè
"contrario a questo genere di cose"(sì ma cazzo, se sei contrario ai
metodi brutali o escogiti qualcos'altro per ammansire un cane, o ti
lasci mordere senza opporre resistenza oppure una museruola la tieni da
qualche parte per le emergenze... no?).
Risultato: devo comprare una museruola, provare a mettergliela giocando
come un'idiota e poi, eventualmente, tornare da lui. E se non ci
riesco, che faccio? Gli sparo una capsula di sonnifero, come agli orsi?
Frattanto sono rientrata a casa coperta di bava, pulci, impronte e peli
di cane, perchè durante il tragitto in macchina mi montava di sopra
tutto il tempo, e ho capito cosa intendeva dire Gaber quando si
lamentava della puzza di merda che non voleva andar via: sono stata
cinquanta minuti sotto la doccia e ho ancora la sensazione di avere
addosso una colonia di parassiti salterini.
Stasera mi sento così stanca, nervosa, amareggiata e depressa da rimpiangere di non esser nata millepiedi.
| inviato da kaos il 20/9/2007 alle 11:2 | |
17 giugno 2007
ma quanto cazzo era lungo quel campo?!
E' consolante sapere di non essere stata l'unica bambina al mondo a porsi determinate domande.
No, perchè a volte ho come la sensazione di aver trascorso un'infanzia
anormale: le Barbie le rapavo a zero, i Ken li decapitavo, occupavo ore
a ricreare la rivoluzione francese con le Polly Pocket (ma era appena
passato in tv lo sceneggiato con Klaus Maria Brandauer e Vittorio
Mezzogiorno ed ero rimasta impressionata dalle teste mozzate, ecco da
dove deriva la mia predilezione per il pulp...) e utilizzavo la povera
tartaruga Clementina come mezzo di trasporto di He-Man.
E poi vendevano nei negozi di gocattoli una "cosa", che non saprei come
definire, una sorta di poltiglia gelatinosa e fosforescente simile in
un certo senso alla melma ectoplasmatica che Slimer lanciava addosso ai
Ghostbusters quando era felice, che non aveva una funzione ben precisa
se non quella di insinuare nel bambino che la comprava un
interrogativo: "cosa me ne faccio?". Io avevo risolto la questione
utilizzandola come carne aliena da vendere in un'apposita macelleria
improvvisata sul tavolo della cucina, mentre mia mamma stirava e si
chiedeva se c'era bisogno di consultare uno psicanalista.
Ma a rendere la mia infanzia ancora più tormentata ci si mettevano
anche i cartoni animati: attraverso il piccolo schermo la mia
generazione ha conosciuto drammi, catastrofi e crisi esistenziali
incar(to)nate nelle eroiche, tragiche, romantiche figure di Candy
Candy, Remì, Georgie, Lady Oscar, solo per citarne alcuni.
In Candy Candy morivano tutti: Anthony, quello della rosa, cadeva da
cavallo. Il tizio con gli occhiali moriva in guerra. Albert perdeva la
memoria. E poi c'era Terence, lo stronzo di turno e non a caso quello
di cui tutte noi piccole telespettatrici ci innamoravamo.
Remì era un bambino fragile, biondo e affamato, un orfanello che si
trascinava per le strade con l'aria afflitta e con la sola compagnia di
un vecchio e una scimmietta in divisa. Uno sfigato, insomma, tutti lo
trattavano male, nessuno lo amava.
Georgie era l'antesignana di Beautiful, con incesti e intrallazzi vari
da fare impallidire Brooke Logan, e anche lì, drammi e tragedie,
mentre Lady Oscar non la guardavo, mi stava sulle palle, ma a quanto ne
so qualche morto ammazzato e qualche lacrima non mancavano mai.
Insomma, si dibatte tanto sull'inclinazione alla depressione dei
gggiovani d'oggi, perdendosi fra teorie imbarazzanti e suggerimenti
inutili, e nessuno tira in ballo i melensi cartoni animati che ci
sottoponevano per farci stare buoni. Cavolo, se c'entrano.
Fortuna che c'era Holly e Benji a tirarci su il morale: e fra una
lacrima e l'altra, fra un omicidio e un cuore spezzato, fra lo sguardo
mesto di un bambino coperto di stracci e le crisi esistenziali di
un'orfanella sfortunata, condividevamo tutti una domanda, un'unica
domanda a cui ancora oggi non troviamo risposta: ma quanto cazzo era
lungo quel campo?!
| inviato da kaos il 17/6/2007 alle 18:16 | |
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