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Time machine

Altro che Halloween. Oggi è stata una giornata fantastica, senza zucche, senza scheletri, senza voli sulle scope, senza "dolcetti o scherzetti?". O meglio, le zucche c'erano, ma spalmate sulle bruschette di una piccola e deliziosa trattoria contadina a pochi metri dal parco archeologico di Morgantina, nel pieno dell'entroterra siculo dove si respira ancora un'atmosfera agreste, quasi mitica, lontana anni luce dal chiasso nevrastenico delle moderne metropoli.
Siamo partiti in mattinata verso il cimitero di Raddusa, a portare fiori e trambusto alla cappella dei nonni paterni (nell'arco di venti minuti siamo riusciti a sporcarci con il polline dei fiori, a far casino tentando di pulirci con mezzi approssimativi, ad incazzarci ulteriormente nel constatare che tutti portavano fiori ma nessuno eccetto noi pareva aver strapazzato una dozzina di uova con le ginocchia, a pestare un cero depositato a terra e a rovesciare l'acqua del vaso. Da un momento all'altro mi aspettavo che la foto di mia nonna si mettesse a parlare dicendoci "che disastro... ma non avete ancora finito? ma quando ve ne andate?"), dopodichè ci siamo spostati verso Morgantina e ci siamo addentrati fra le rovine greco-romane saltellando qua e là fra capitelli, mattoni, acquedotti, fornaci e altari sacrificali. Io mi sono trasformata nel giovane esploratore laureato in archeologia e ho preso a perlustrare ogni angolo e squadrare ogni singolo ciottolo con la segreta speranza di poter comunicare al mondo la scoperta di un lucernaio, di un vasetto decorato, di una statuina propiziatoria o di una piccola moneta ellenica, rimanendo naturalmente a bocca asciutta. Ho rivoltato pietre, mi sono arrampicata sulle rovine, ho persino frugato tra i cespugli col rischio di incontrare il muso di una vipera, ma tutto quel che sono riuscita a trovare è stato il manico di un'anfora, che ho rimesso al suo posto quando ho capito che non era poi così eccezionale e che della mia "sensazionale scoperta" non fregava niente a nessuno.
Però mi sono divertita, e quando non ero impegnata a cercare reperti con la faccia rivolta verso il basso, come un segugio che fiuta una volpe o la cacca di un altro cane, alzavo gli occhi su quelle rovine e una civiltà perduta si ricomponeva immediatamente nella mia testa, riportata in vita dalla mia fantasia: e allora mi sembrava quasi di sentire il brusìo di una piccola folla radunata nell'agorà a discutere di problemi cittadini, le risate del pubblico del teatro, divertito da un comico particolarmente frizzante, il rumore delle ruote dei carri sui ciottoli o gli sbuffi dei cavalli fermi sulla strada, in attesa mentre qualcuno li caricava di anfore, pelli, sacchi di grano e magari scambiava qualche battuta con un bottegaio lì accanto, il frastuono ritmico della fornace e un uomo che da lì usciva asciugandosi il sudore, andando a bere un bicchiere di vino. E poi immaginavo quelle notti, illuminate solo dalla luna e dalle fiaccole agganciate alle pareti delle case, il bestiame a riposo, i pipistrelli nel cielo, il silenzio, i letti di paglia, l'inquietudine del buio, le preghiere al dio del focolare e qualcuno col naso in sù, sdraiato sull' erba a chiedersi se c' era davvero chi il giorno seguente avrebbe riportato il sole su un carro o se c'era qualcos'altro dietro, qualcosa di più grande.
Sono sempre stata irriesistibilmente attratta dal passato, da una storia che va al di là degli eventi politici ed economici per addentrarsi nelle case, nelle stanze, sui tavoli, nei letti, nelle piazze, nei teatri, sui carri bestiame, nei bagni pubblici, nelle scodelle e nelle culle. Se il genio della lampada mi chiedesse tre desideri, il primo sarebbe di sicuro la macchina del tempo (per quel che riguarda gli altri due, ci devo pensare...). Vorrei conoscere tutti i suoni, gli odori, i sapori di cento, cinquecento, mille anni fa... eppure mi chiedo se non sia molto meglio che rimanga un sogno impossibile, ché se potessi davvero tornare indietro constaterei la banalità di ogni quotidiano di ogni anno della storia del mondo e chissà come resterebbe delusa la mia voglia di leggenda, di mito.
Vabbè. Fra una fantasia e l'altra s'era fatta ora di pranzo, e la trattoria sopracitata ci ha rifocillato anche troppo compromettendo l'equilibrio emotivo dei nostri palati con antipasti degni di standing ovation (amo gli antipasti, soprattutto rustici, farei una cena d'antipasti, un pranzo d'antipasti, tutto solo di antipasti) da melanzane arrostite a fritture di cavolfiori, funghi, olive, formaggi, fagioli e verdure, tutto tipicamente contadino e se pensavo ai fast food, agli spizzico e ai mcdonald's vari e ai panini col wustel del carrozzone mi veniva da ridere. Pensavo che i contadini non avevano una lira eppure mangiavano meglio di noi, che avremmo i soldi per far pasti da re e finiamo a spaccarci il fegato con hamburger liofilizzati come tanti coglioni. E ci chiamano "postmoderni"...
Comunque, giunti al momento della pasta inizia a coglierci il panico... ci conteniamo, ma poi arriva una vassoiata micidiale di carne arrostita e lì davvero, la degenerazione: le origini primitive hanno il sopravvento e la regressione a homo erectus si compie portandoci ad addentare costolette e salsiccia come se fossimo i convitati di un banchetto di Carlo Magno, di quelli con i cinghiali con la mela in bocca e i maiali abbrustoliti su un vassoio d'argento. L'uomo sarà pure onnivoro, ma secondo me la carne arrostita risveglia qualcosa di primordiale, di "bestiale".
Usciamo di lì satolli, rincoglioniti e soddisfatti, mentre io con la testa andavo ancora a Morgantina e mi chiedevo se, cercando meglio, non sarebbe spuntata fuori una bella statuina di Ganimede o di Apollo... e nel frattempo mi sentivo così leggera (va beh, in senso metaforico visto che con cento chili di cibo nello stomaco tanto leggera di fatto non ero), così rilassata e conciliata col mondo, e non era successo nulla nella mia vita, nessuna telefonata, nessun colpo di scena, semplicemente avevo assaggiato un po' di vita, l'aria di campagna mi aveva purificato i polmoni e tolto via il malumore da cittadina annoiata e grigia come lo smog che respiriamo, il balzo all' indietro aveva ridato colore alla mia immaginazione addormentata e dopo tanto tempo avevo di nuovo guardato un cielo sgombro di nuvole, e mi sembrava davvero che ci fosse un dio che ogni mattina, di buon ora, prende il suo carro e rimette in cielo il sole. E quando il sole non compare, forse ha solo voglia di dormire.


Pubblicato il 2/11/2007 alle 0.29 nella rubrica Diario.

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