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Il mio problema col resto del mondo è fondamentalmente la scarsa sincronia. Nel senso che o rimango troppo indietro, oppure procedo ad una velocità eccessiva e lo oltrepasso, ritrovandomi poi con il fiatone ad aspettarlo senza sapere bene che cosa fare nel frattempo. Com'è accaduto, ad esempio, ieri mattina.
Avevo tre impegni differenti da rispettare nell'arco di  tre ore, e questo è bastato a fare scattare in me la molla assassina di quell'ansia famelica ed erosiva che mi strizza lo stomaco dal lontano febbraio 1981: mi sono svegliata alle 7, alzata alle 7.20, preparata alle 8 e alle 8.45 ero già in città, a calcare gli sgangherati marciapiedi con passo deciso. Che poi non so neanch'io perchè, ma quando cammino ho l'abitudine di inserire il turbo e costringere chi è con me a sfiancanti maratone anche quando non ho nulla da fare; più di una volta mi è stato chiesto con voce ansimante di rallentare, e una mia amica qualche anno fa s'è rifiutata di procedere gridandomi minacciosa "DECELERA!", perchè l'avevo seminata lasciandola qualche metro più indietro.
Vabbè, comunque. Procedendo alla velocità di Road Runner (quel dannato struzzo che Will Coyote non riesce mai ad acciuffare e che, secondo me, è un po' la metafora delle nostre lacrimevoli esistenze), naturalmente, non sono affatto arrivata in orario, ma in anticipo: brutta pecoraccia nera, dicevo alla mia immagine riflessa sulle vetrine, ma chi vuoi che ci sia in banca alle 9 del mattino? E quanto tempo pensavi di perdere dal tecnico informatico per un problema stupidino e di facile risoluzione, per di più senza aver portato con te il notebook (geniale, veramente) per poter eventualmente effettuare delle prove? E ancora, credi forse che ci voglia un'ora intera per consegnare la ricevuta di un pagamento all' ufficio Relazioni Internazionali?
Ecco. Se mi fossi rivolta queste domande la sera prima, avrei evitato di terminare tutte le operazioni alle 10 e di ritrovarmi senza macchina e con quattro ore buche nel bel mezzo della città, costringendomi a mettere un po' di sale alla mia  ultimamente insipida fantasia per inventarmi qualcosa da fare, qualcosa che non fosse il solito, frustrante e infruttuoso giro di shopping (anche se c'ho provato... e HO provato: uno di quei vestiti da mettere sui jeans, sì, proprio quei vestiti stronzissimi con le maniche a palloncino - che secondo me chi le ha inventate aveva problemi  di alcolismo o di relazione o di sessualità, o tutte e tre le cose insieme - ma che scopri che sono a palloncino solo dopo averli indossati e ti ritrovi con le spalle di un giocatore di rugby... li odio, quasi quanto i pantaloni a sigaretta, le scarpe a punta e i cerchietti con le stelline che sembrano le antenne di una chiocciola).
Così mi ricordo di John Fante nella borsa... non è che ci fosse proprio lui, o le sue ceneri, ma avevo portato con me "Chiedi alla polvere" e ho pensato che impegare quattro ore leggendo fosse un'idea sana, rilassante e proficua. Fu così che la pecora nera si arrampicò per la salita di via San Giuliano, dove quotidianamente lascia calorie, sudore e tutti i suoi peccati,  e da nera divenne prima rossa, poi blu, poi viola, poi nuovamente rossa  prima di riacquistare il suo bel corvino raggiungendo i pascoli del monastero dei Benedettini.
Entro, raggiungo il chiostro del secondo piano e mi sistemo nei sedili di nuda pietra con una lattina di tè freddo in mano (che avevo comprato appena entrata perchè la salita mi aveva prosciugato la gola). Frattanto un vento leggiadro si spalmava sulla mia schiena madida e nuda -ah, i jeans a vita bassa... ah, i maglioncini corti... - e ho trascorso il primo quarto d'ora delle restanti quattro da dedicare alla lettura a tentare di trovare una posizione che fosse al contempo comoda, utile e che mi risparmiasse una polmonite. A gambe conserte, mi si scopriva la schiena; distesa, la schiena era sempre scoperta e per di più toccava la pietra gelata; raggomitolata, la schiena era scoperta e la mia biancheria intima era esposta a tutto il pubblico presente al chiostro. Durante questi vani tentativi ho dato per errore un calcio alla lattina (fortunatamente ancora sigillata) di tè, la quale è morta all'istante ed è rotolata esanime su terra, cicche di sigarette e schifezze varie imbrattandosi tutta. La Provvidenza però aveva fatto sì che vicino a me si trovassero due bottiglie d'acqua abbandonate e piene (?), e ho lavato tutto bevendo il tè consapevole di aver appena contratto il colera, la peste o la malaria (beh, basta saperlo).
Cmq, mi rimetto a gambe conserte, decisa a sopportare stoicamente il vento che intanto continuava a solleticarmi la spina dorsale, e finalmente comincio a leggere. Se non altro c'era pace, gli uccellini cantavano, i millepiedi strisciavano e le formiche litigavano, ma in silenzio, e Arturo Bandini mi divertiva con le sue peripezie e le sue megalomanie alternate alle insicurezze che mi ricordavano una persona a me molto familiare e somigliante.
Passano dieci minuti e due ragazze irrompono nel chiostro, una delle quali era visibilmente turbata e con la voce tremula di chi sta per scoppiare in un pianto a dirotto. Si siedono sulla ringhiera, non troppo distanti, e la tremebonda comincia a intavolare a voce di testa una serie di drammatiche discussioni al cellulare, chiamando alternativamente mamma, papà, fidanzato e colleghi per lamentarsi di un esame andato male. Questo fu l'avvenimento che segnò la fine della pace, della prosperità e delle mie quattro ore di lettura.
Ho raccattato libri, giacche, borse, sono uscita dal monastero e ho preso a vagare per la città, decisa a raggiungere il mare e abbandonarmi alla meditazione, annegando i pensieri tra le onde.
E dunque attraverso tutto il centro, mi imbatto in un distinto signore di mezza età con cravatta e riporto il quale, dopo avermi guardata con insistenza per tutto il percorso tanto da indurmi a credere che fosse un testimone di Geova in procinto di chiedermi cosa pensasse Dio del genere umano, appena fermi al semaforo di punto in bianco mi offre una Marlboro (naturalmente rifiutata, a prescindere dal fatto che non fumo... ma sant'iddio, certi uomini sono veramente scatenati) accelero il passo (più del solito) e mi affretto a lasciarmelo dietro di almeno trecento metri, intravedo l'azzurro del mare, percorro strade interrotte, calcinacci, reticolati di quel cantiere a cielo aperto chiamato Catania e finalmente arrivo: una ringhiera e qualche metro più in là uno strapiombo sull'acqua , inquieta e bellicosa. Mi arrampico sulla ringhiera e sto lì, ferma, a riflettere sull'universo per una ventina di minuti. Il vento frattanto era più forte e continuava a infilarsi sotto il mio maglione, ma io ero sul mare, non ci pensavo, era bello, c'erano le onde, il sole, gli scogli, la solita coppia di fidanzati (chissà perchè quando si è fidanzati si va sempre a guardare il mare...). Poi però ho cominciato ad aver freddo, e s'era fatta ora di pranzo, dunque decido di andare. In quel momento ho realizzato di non avere assolutamente idea di come fare a scendere dalla ringhiera: in avanti, rischiavo di rotolare verso lo strapiombo qualora fossi malauguratamente inciampata; indietro, potevo benissimo ribaltarmi con conseguenze poco simpatiche che potevano includere rottura del collo, trauma cranico o paralisi a vita. Eppure qualcosa dovevo fare, così senza pensarci più tanto spicco un balzo e per miracolo atterro in piedi, perchè ero assolutamente sbilanciata e se le mie gambe fossero state più basse di un millimetro avrei toccato il bordo della ringhiera, cadendo in malo modo. Ai presenti sarà sembrato un gesto di estrema agilità a cui guardare con invidia; ma in realtà era semplicemente un principio di caduta che s'è fortunatamente risolto in un atterraggio ben riuscito. Io però non gliel'ho detto.
Le mie quattro ore buche erano così terminate... e mentre salutavo il mare, ho pensato che, tutto sommato, in certo casi è meglio arrivare in ritardo.

(wow, credo che questo sia in assoluto il post più lungo che abbia mai scritto nella mia carriera di blogger )

Pubblicato il 21/4/2007 alle 15.52 nella rubrica Diario.

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